Canto XXVII Paradiso – (vv 1-148)

Testo del Canto XXVII del Paradiso (versi 1-148)

’Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ’gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto. 3

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso. 6

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza! 9

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace, 12

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne. 15

La provedenza, che quivi comparte
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte, 18

quand' ïo udi': «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend' io,
vedrai trascolorar tutti costoro. 21

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio, 24

fatt’ ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa». 27

Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso. 30

E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane, 33

così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ’n ciel fue
quando patì la supprema possanza. 36

Poi procedetter le parole sue
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe: 39

«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata; 42

ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto. 45

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano; 48

né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse; 51

né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond’ io sovente arrosso e disfavillo. 54

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci? 57

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s’apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi! 60

Ma l’alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com’ io concipio; 63

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo». 66

Sì come di vapor gelati fiocca
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
de la capra del ciel col sol si tocca, 69

in sù vid’ io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno. 72

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti. 75

Onde la donna, che mi vide assolto
de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
il viso e guarda come tu se’ vòlto». 78

Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima; 81

sì ch’io vedea di là da Gade il varco
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco. 84

E più mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
sotto i mie’ piedi un segno e più partito. 87

La mente innamorata, che donnea
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai ardea; 90

e se natura o arte fé pasture
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture, 93

tutte adunate, parrebber nïente
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente. 96

E la virtù che lo sguardo m’indulse,
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m’impulse. 99

Le parti sue vivissime ed eccelse
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse. 102

Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire: 105

«La natura del mondo, che quïeta
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta; 108

e questo cielo non ha altro dove
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. 111

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ’l cinge solamente intende. 114

Non è suo moto per altro distinto,
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto; 117

e come il tempo tegna in cotal testo
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto. 120

Oh cupidigia, che i mortali affonde
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde! 123

Ben fiorisce ne li uomini il volere;
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine vere. 126

Fede e innocenza son reperte
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte. 129

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna; 132

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta. 135

Così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch’apporta mane e lascia sera. 138

Tu, perché non ti facci maraviglia,
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia. 141

Ma prima che gennaio tutto si sverni
per la centesma ch’è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni, 144

che la fortuna che tanto s’aspetta,
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta; 147

e vero frutto verrà dopo ’l fiore».



 

Temi e contenuti

  • Inno dei santi a Dio – versi 1-9
  • Invettiva di san Pietro contro i papi corrotti – vv. 10-66
  • Salita di Dante al Primo Mobile – vv. 67-120
  • Lamento e profezia di Beatrice – vv. 121-148

Sintesi

Il canto si apre con un inno di lode a Dio, “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”, cui partecipano tutte le anime in coro e che suscita in Dante una lode della vita felice del Paradiso; ma presto il tono cambia: delle quattro «face» che si trovano davanti al poeta (San Pietro, san Giacomo, san Giovanni e Adamo), la prima inizia a farsi più fulgida, cambiando colore dal candore del cielo di Giove al rossore del cielo di Marte, e, al tacere delle altre anime, prorompe in un’aspra invettiva contro la Curia moderna:
“Non ti meravigliare se io cambio colore, ché, non appena avrò iniziato a parlare, vedrai trascolorare allo stesso modo anche gli altri spiriti. Colui che sulla terra usurpa la mia sede (al momento del viaggio, Bonifacio VIII, non degno di essere nominato ma del quale è chiara l’allusione), vuota al cospetto di Cristo (perché l’attuale papa non la riempie degnamente), ha fatto del luogo ove subii il martirio, Roma, una cloaca di sangue e puzza (guerra e corruzione), tale da far gioire l’angelo pervertito nel più profondo dell’Inferno (Lucifero). La sposa di Cristo (la Chiesa) non nacque dal mio sangue, da quello di san Lino e sant’Anacleto, dal doloroso martirio di Sisto, Pio, Callisto e Urbano perché i papi si arricchissero, ma per guadagnarsi la vita eterna; non era nostra intenzione favorire alcuni, avversare altri, né che le mie chiavi fossero usate come bandiera in guerra contro altri cristiani (probabile riferimento alle lotte tra guelfi e ghibellini), né che la mia stessa immagine fosse usata quale sigillo per vendere privilegi (cioè per commettere simonia). Su tutta la terra si vedono solo lupi travestiti da pastori: o difesa di Dio, perché non li punisci tutti? Già si preparano a bere il nostro sangue «caorsini (Giovanni XXII, originario di Cahors) e guaschi (Clemente V, guascone)»: ma l’alta Provvidenza che salvò Roma per mezzo di Scipione presto interverrà; e tu, figliolo (si rivolge a Dante), quando tornerai nel mondo, non tacere quello che io non taccio”.
Detto questo, i beati, come neve che fiocchi verso l’alto, ascendono al Primo mobile, mentre Dante su invito di Beatrice rivolge lo sguardo verso il basso, verso la terra, e si accorge che il cielo si è mosso di un mezzo arco (90 gradi), cioè sono trascorse 6 ore: così Dante vede da un lato Cadice e l’Atlantico percorso da Ulisse nel suo «folle volo», dall’altro la costa fenicia ove Giove rapì Europa, e avrebbe visto anche di più se il sole, avanzato nel frattempo per più di un segno zodiacale (30 gradi), non lasciasse in ombra il resto «di questa aiuola». Ma Dante è troppo innamorato per sopportare di non guardare continuamente Beatrice, e così torna ad osservarla, così splendente nel suo sorriso che tutte insieme parrebbero cosa da niente, al confronto, le bellezze della natura e dell’arte: e il potere del suo sguardo lo separò dal «nido di Leda» (cioè dalla costellazione dei Gemelli, Castore e Polluce figli di Leda e del cigno) e lo fece ascendere al cielo più veloce.
Le parti del Primo Mobile sono tutte uniformi nella loro luminosità, sicché Dante non riesce a capire dove lo abbia portato Beatrice, ma ella, vedendo il suo desiderio, gli risponde: “La struttura dell’universo, che fa stare ferma la Terra al centro e si muove tutto attorno, qui comincia e qui tende a tornare; e questo cielo risiede nella mente divina, dalla quale nascono l’amore che lo fa volgere e il potere di far volgere anche i cieli sottostanti: la Luce e l’Amore lo comprendono, così come esso comprende in sé gli altri cerchi, e di quale natura esso sia lo può sapere solo Colui che lo cinge (Dio). Il suo moto non è misurato, ma è il moto degli altri cieli che viene misurato da questo, come il 10 è misurato dal suo mezzo (5) e dal suo quinto (2): e qui stanno le radici del tempo, che tiene le sue fronde negli altri cieli.” Terminato questo passo dottrinale, Beatrice inizia subito con la seconda grande invettiva del canto:
“O cupidigia che fai sprofondare i mortali, tanto che nessuno è capace di alzare gli occhi al di sopra delle proprie brame! Il desiderio di Bene fiorisce sì negli uomini, ma la pioggia continua della cupidigia trasforma i frutti buoni in «bozzacchioni» ossia in bacche immangiabili: così solo nei bambini si trovano fede ed innocenza, che però fuggono prima ancora che inizi a crescer loro la barba. L’uno, ancora infante, è sobrio, e poi si ingozza di cibo senza nemmeno rispettare i periodi di digiuno e astinenza; l’altro da piccolo ama ed ascolta la madre, che poi più tardi desidera vedere sepolta. Così si fa nera la pelle bianca della bella figlia di colui che viene la mattina e parte di sera (passo oscurissimo che ha provocato molte e discordanti interpretazioni: chi intende la figlia del sole come Circe, simbolo dei beni mondani, chi come Aurora, semplice icona di bellezza la cui pelle da bianca diventa nera a rappresentare come l’umanità si corrompa tanto da degenerare in uno stato bestiale, dalla pelle scura appunto). Ma ciò non deve meravigliare, se si pensa che non vi è nessuno che in terra governi in modo adeguato gli uomini: presto però l’influsso dei cieli farà invertire la rotta, cosicché la flotta dell’umanità correrà in modo diritto, e dal fiore nascerà un vero frutto”.

Analisi del canto

Il canto si apre, come abbiamo detto, con un inno di gloria che determina un cambiamento di tono e contenuto rispetto ai tre canti precedenti (XXIV, XXV e XXVI), dal carattere più marcatamente dottrinale: si denota una pausa che ben presto svanisce nel tono drammatico delle due invettive. Esse sono unite da numerosi aspetti, come l’imponente ornato retorico (ricchezza di figure retoriche, frequenti latinismi), i richiami alla Bibbia, e soprattutto la struttura, chiuse entrambe da una profezia, topos ricorrente in tutta la Divina Commedia ma che qui assume carattere più sfumato: sono infatti profezie indirette, dal momento che ovviamente Dante non può conoscere il futuro, ma rivestono principalmente la funzione di dare una prospettiva positiva, non rimandata all’aldilà ma posta nell’aldiquà: propongono entrambe un miglior governo — il primo spirituale, del Papato, il secondo terreno, dell’Impero — da realizzarsi sulla terra, perché gli uomini devono combattere attivamente durante la vita e non occuparsi esclusivamente di ciò che avverrà dopo la morte. Notevole nelle parole di san Pietro la triplice anafora «il luogo mio», che legittima le parole di protesta del primo pontefice, nonché la metafora dei «lupi rapaci» che richiama, capovolgendola, la celebre immagine biblica del buon pastore, ripresa dal Vangelo di Matteo: al termine di questa protesta, poi, Dante si fa dare dal santo una solenne investitura che conferma e avvalora quella già ricevuta da Cacciaguida al canto XVII, e che sembra richiamata per antitesi dalla menzione di Ulisse e del suo «varco / folle», che aveva varcato i limiti divini posti dalle Colonne d’Ercole, richiamo che potrebbe riecheggiare anche nel v. 146, nella nave che inverte la prua con la poppa, ma questa volta non in modo catastrofico, bensì per dirigere la propria rotta verso un fine migliore (per questo tema, vedi Inferno – Canto ventiseiesimo). Questa seconda profezia, poi, che chiude il discorso di Beatrice, non preannuncia più un intervento dall’alto (della divina Provvidenza), ma sembra rivolgersi direttamente al genere umano con una parenesi (esortazione al lettore).

[/bibl ] Paradiso – Canto ventisettesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_ventisettesimo&oldid=42435130 (in data 26 novembre 2011) [/bibl]


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