Canto XXVII Inferno – (vv 58-111) – Il racconto di Guido

Testo e commento del Canto XXVII dell’Inferno (versi 58-111)-Il racconto di Guido

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato: 60

"S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse; 63

ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo. 66

Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero, 69

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda. 72

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe. 75

Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie. 78

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte, 81

ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe. 84

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei, 87

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano, 90

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri. 93

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro 96

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre. 99

E’ poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti. 102

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care". 105

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi 108

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio". 111


La fiamma “ruggisce” al modo suo, poi scuote la punta di qua, di là, quindi sprigiona parole.
Guido (ancora non è svelata l’identità e si sa solo che fu un nativo del Montefeltro), inizia con una premessa: quello che sta per dire è verso di lui infamante, però visto che all’Inferno non viene mai persona viva e nessuno può tornare nel mondo, lo dice, che altrimenti ben ferma starebbe la sua fiamma. Dante non accenna parola, è forse una frode la sua? In realtà no perché egli è assistito dalla grazia divina e se un’anima gli confida i suoi peccati, per quanto gravi e dannosi per la sua fama sulla terra, è qualcosa che ricade in un disegno divino più ampio.
Guido allora si presenta come già uomo d’armi poi frate (cordigliero, cioè provvisto della corda del saio), che si credeva con tale conversione di fare ammenda delle sue azioni; e questo suo scopo si sarebbe attuato se non fosse per il gran prete, a cui mal prenda!, che lo fece ricadere nella sua colpa. Adesso egli andrà a spiegare il come e il quare (il “perché”): quando egli era in vita l’opere mie / non furon leonine, ma di volpe, cioè astute; Inoltre egli conobbe tutti gli accorgimenti e le coperte vie, con tale maestria che in ciò la sua fama usciva oltre il confine della terra (frase di ascendenza biblica – Salmi, XVIII 4 – ripresa anche da Dino Compagni e da Papa Martino IV quando indisse la crociata contro Guido asserragliato a Forlì, episodio bellico citato da Dante pochi versi prima). Arrivato alla vecchiaia, a differenza del protagonista del canto precedente, Ulisse, egli calò le vele e ripiegò le sartie (un paragone marinaresco che lo oppone a Ulisse che diceva misi me per l’alto mare aperto / sol con un legno e Io è compagni eravam vecchi e tardi (Inf. XXVI vv. 100-101 e 106) e si dispiacque di ciò che prima gli era piaciuto, si pentì e si confessò.
Giovato sarebbe, ma il Principe dei nuovi Farisei, cioè colui che è il massimo tra coloro che applicavano una religione puramente esteriore e ipocrita (Papa Bonifacio VIII), aveva da far la guerra in Roma (“al Laterano”, sede del palazzo apostolico), contro i suoi simili cristiani: non con saraceni, né con giudei, né contro coloro che avevano cinto d’assedio San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte cristiana in Terra Santa sconfitta nel 1291, né contro coloro che facevano commerci, sebbene fosse vietato, con il Sultano dei mussulmani; e non guardò né al suo sommo officio di pontefice, né ai suoi ordini di sacerdote, né al cordone di fra’ Guido, corda che un tempo cingeva vite ben più magre, per il precetto di povertà che oggi non è più così rispettato come un tempo (sul decadimento degli ordini monastici Dante ritornerà in altre occasioni, per ora egli lo indica come riflesso della viziosità del papato).
Come Costantino I convocò Papa Silvestro I al Monte Soratte per ricevere la guarigione dalla lebbra, così quel papa mi chiamò per guarire la sua superba febbre (da notare come nella similitudine la figura del papa sia paragonata a quella del laico imperatore). Tutta questa parte del canto è un’ulteriore accusa a Bonifacio, dopo la rivelazione della sua simonia nella bolgia di Niccolò III (Inf. XIX). Delle notizie che seguono Dante ebbe informazioni per vie traverse e a noi ignote: il colloquio che sta per descrivere tra Bonifacio e Guido fu probabilmente top secret, e se non fosse stato per la soffiata di Dante, il condottiero-frate avrebbe tutt’altra immagine, essendo egli morto in odore di santità (così si spiega la sua reticenza all’inizio del passo di raccontare la sua storia ad anima viva).
Bonifacio dunque chiese consiglio a Guido da Montefeltro, quale navigato uomo di guerra sebbene passato a vita religiosa, a proposito del da farsi per battere la fazione dei Colonnesi (rivali dei Caetani, la famiglia del papa), che avevano impugnato la sua elezione sul soglio papale e si erano barricati nell’imprendibile rocca di Palestrina, che nonostante l’assedio delle truppe papali non dava segni di cedimento.
Tornando alle parole di Guido, il papa gli chiese consiglio sul da farsi, e lui tacque perché le sue parole parver ebbre, da ubriaco. Ma Bonifacio suadente gli offrì l’assoluzione dalle sue colpe (Guido dopotutto aveva già ricevuto due scomuniche, sebbene revocate, che ancora gli dovevano pesare), in cambio di un consiglio su come “gettare in terra”(abbattere, espugnare) Palestrina. Dopotutto egli, il papa, possedeva le due chiavi del cielo (che il suo predecessore, Celestino V, secondo le parole riportate di Bonifacio non ebbe care), ma anche l’arma della scomunica, che fece minacciosamente intendere a Guido di applicare in caso di suo rifiuto. Al che Guido, in cambio del perdono del peccato nel quale sta per cadere, gli confida che “lunga promessa con l’attender corto / ti farà trïunfar ne l’alto seggio”, cioè che promettere molto agli avversari mantenendo poco lo avrebbe fatto vincere.

[bibl] Inferno – Canto ventisettesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_ventisettesimo&oldid=38301009 (in data 17 novembre 2011).[/bibl].

Lascia un commento