Lavandare

È autunno. La terra sembra essere stata abbandonata dalla mano dell’uomo; l’unico segno di vita viene dal canto delle lavandaie: “è autunno, fa freddo e senza di te mi sento abbandonata”.

La forma metrica è quella del madrigale (due terzine più due distici), scelta per la sua vicinanza alla cultura popolare di cui il componimento evoca alcuni elementi: quello onomatopeico, espresso dal verbo “sciabordare”; quello delle cantilene dialettali dei due distici finali. Essi sono la citazione italianizzata dello strambotto «Retorna, Amore miè»[1] che Pascoli trasse da una delle numerose raccolte poetiche di folklore popolare che da Carducci in poi la scuola positivista bolognese andò ordinando, alla luce del suo interesse per le radici storiche della lingua poetica.

La scelta dell’immagine finale evoca un altro dei temi fondamentali della poetica pascoliana: quello dell’erotismo represso. La tecnica poetica è quella dell’analogia, attraverso la quale il significato principale – emotivo ed esistenziale – della donna abbandonata come un oggetto dopo l’esperienza dolce e violenta dell’amore, viene evocato da un’immagine simbolica – la terra ferita dall’aratro e poi abbandonata – collegata al contesto lessicale del discorso dalla congiunzione “come”. L’analogia è uno dei mezzi privilegiato della poetica simbolista; essa non serve a “spiegare” ma semplicemente ad alludere, lasciando all’immaginazione del lettore l’opera di approfondimento del senso.

[1] «Retorna, Amore miè, se ci hai speranza, / Per te la vita mia fa penetenza! / Tira lu viente, e nevega li frunna, / De qua ha da rveni’ fideli amante» Gianandrea, p. 144, n. 8

Myricae, http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Myricae&oldid=37661239 (in data 3 febbraio 2011).

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