Canto XXVI Inferno – (vv 13-48) – La bolgia dei consiglieri fraudolenti
Testo e commento del Canto XXVI dell’Inferno (versi 13-48)-La bolgia dei consiglieri fraudolenti
Noi ci partimmo, e su per le scalee che n’avea fatto iborni a scender pria, rimontò ’l duca mio e trasse mee; 15 e proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio lo piè sanza la man non si spedia. 18 Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, 21 perché non corra che virtù nol guidi; sì che, se stella bona o miglior cosa m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. 24 Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ’l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, 27 come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara: 30 di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. 33 E qual colui che si vengiò con li orsi vide ’l carro d’Elia al dipartire, quando i cavalli al cielo erti levorsi, 36 che nol potea sì con li occhi seguire, ch’el vedesse altro che la fiamma sola, sì come nuvoletta, in sù salire: 39 tal si move ciascuna per la gola del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, e ogne fiamma un peccatore invola. 42 Io stava sovra ’l ponte a veder surto, sì che s’io non avessi un ronchion preso, caduto sarei giù sanz’esser urto. 45 E ’l duca, che mi vide tanto atteso, disse: "Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso". 48
« Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ‘l duca mio e trasse mee; »
(vv. 13-15)
I due poeti ripartono dall’argine interno della settima bolgia percorrendo a ritroso la strada seguita in Inferno XXIV, 79-81: Virgilio risale la scala che li aveva «fatto iborni», reso eburnei, cioè fatti impallidire per l’orrore suscitato dalle serpi che stipavano la bolgia, quindi tira su Dante. Non tutti sono concordi sulla lezione sopra riportata del verso 14: alcuni preferiscono leggere “che n’avean fatte i borni a scender pria”, interpretando “i borni” come le pietre (francese borne: pietra) che avevano utilizzato come scala per scendere e che ora servono come appiglio per risalire; altri leggono invece “che il buior n’avea fatto scender pria”, ricordando che Dante aveva chiesto a Virgilio di scendere perché non poteva vedere il fondo della bolgia a causa del buio. A meno di un improbabile ritrovamento del manoscritto originale, non sapremo mai che cosa ha scritto realmente Dante; comunque sia, la sostanza del racconto, cioè che i due poeti sono ritornati al punto da cui erano partiti per vedere cosa c’era nella settima bolgia, non cambia.
« e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ‘ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia. »
(vv. 16-18)
Proseguono quindi per la strada solitaria (“solinga via”), per l’assenza di demoni e dannati, tra le pietre aguzze (“schegge”) e tondeggianti (“rocchi”) del ponticello successivo (“scoglio”), che deve essere più ripido dell’altro se non bastano i piedi per avanzare, ma bisogna aiutarsi con le mani.
Quando arriva sul colmo del ponticello, Dante prova un dolore tanto grande per quello che vede, da essere ancor vivo al momento in cui scrive, e grande a tal punto da indurlo a tenere a freno l’ingegno perché non superi i limiti della virtù; non vuole infatti che l’influenza degli astri (“stella bona”) o la grazia divina (“miglior cosa”), che gli hanno concesso l’esperienza iniziatica, gliela tolgano per causa di una sua azione o un suo pensiero troppo ardito. Questa notazione, ora un po’ arcana, diventerà evidente se considerata alla luce di ciò che verrà dopo nel canto, cioè la storia di Ulisse il cui ingegno, non tenuto a freno dalla virtù, gli procurò la morte per aver superato i limiti imposti da Dio.
Egli usa una similitudine per descrivere quello che vede:
« Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ‘l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ‘ve ‘l fondo parea. »
(vv. 25-33)
« Quante lucciole vede il contadino che si riposa sul poggio,
d’estate, quando il sole
resta visibile più a lungo,
di sera, quando la mosca si posa e cede il posto alla zanzara,
giù nella valle,
forse proprio nei campi dove lavora:
di tante fiamme risplendeva tutta
l’ottava bolgia, così come mi accorsi
appena giunsi dove ne appariva il fondo. »
(parafrasi)
Segue quindi un’altra similitudine per rappresentare il fatto che ciascuna fiamma si muove racchiudendo in sé un peccatore, paragone dotto che si accorda al linguaggio ricercato e aulico di tutto il canto. Dante si ispira, con qualche licenza poetica, al rapimento in cielo del profeta Elia riportato dalla Bibbia nel 2º Libro dei Re, che racconta che mentre Elia ed Eliseo camminavano conversando, Elia fu improvvisamente rapito in cielo da un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, che presto scomparve alla vista del suo compagno (cfr. 2Re 2, 11-12). Poco più avanti nello stesso testo (cfr. 2Re 2, 23-24) viene narrato che dei ragazzi incominciarono a beffare Eliseo, dandogli del calvo, finché egli si voltò e li maledisse nel nome del Signore, e dal bosco uscirono due orse che sbranarono quarantadue ragazzi. Ecco i versi di Dante:
« E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ‘l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola. »
(vv. 34-42)
« E come colui che si vendicò con gli orsi (Eliseo)
vide partire il carro di Elia,
quando i cavalli si levarono dritti verso il cielo,
che con gli occhi poteva seguire
solo la fiamma, senza vedere altro,
salire su come una nuvoletta:
così si muove ciascuna fiamma nell’incavo
della bolgia, perché nessuna mostra il contenuto (“‘l furto”),
e ognuna cela un peccatore (letteralmente “invola”, cioè ruba, connesso con “furto”). »
(parafrasi)
Dante sta guardando ritto in piedi (“surto”) sul ponte, in modo così precario che se non fosse aggrappato ad un masso sporgente (“ronchion”), cadrebbe giù senza bisogno di essere urtato. Vistolo così attento (“atteso”) Virgilio (che questa volta non gli legge nel pensiero che egli lo ha già capito) gli spiega che dentro ai fuochi ci sono gli spiriti dei dannati, ciascuno dei quali si fascia di quello da cui è acceso, cioè la fiamma (“catun si fascia di quel ch’elli è inceso”).
Non è chiaro quali dannati siano puniti in questa bolgia. Essi sono abitualmente indicati come consiglieri fraudolenti e il loro contrappasso consiste nell’essere avvolti da lingue di fuoco, per analogia con le loro stesse lingue che furono fonte di frode, e nascosti dentro alle fiamme allo stesso modo in cui da vivi celarono la verità per l’inganno (come dice l’Apostolo Giacomo, la lingua fraudolenta è come fuoco). Tuttavia l’unico dei dannati che si inquadra in questa categoria è Guido da Montefeltro, presentato nel Canto XXVII, che si pente invano di un consiglio fraudolento fornito, su sua richiesta, a Papa Bonifacio VIII. Ulisse e Diomede, presentati nel seguito di questo canto, non sono puniti per i consigli dati, ma per le opere che hanno compiuto, e per loro la definizione di consiglieri fraudolenti mal si adatta perché risulta troppo specifica.
[bibl] Inferno – Canto ventiseiesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_ventiseiesimo&oldid=44118652 (in data 17 novembre 2011).[/bibl]