Canto VIII Purgatorio – (vv 109-139) – Corrado Malaspina

Testo e commento del Canto VIII del Purgatorio (versi 109-139)- Corrado Malaspina

L’ombra che s’era al giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta. 111

"Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’è mestiere infino al sommo smalto", 114

cominciò ella, "se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era. 117

Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina". 120

"Oh!", diss’io lui, "per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi? 123

La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora; 126

e io vi giuro, s’io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada. 129

Uso e natura sì la privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ’l mal cammin dispregia". 132

Ed elli: "Or va; che ’l sol non si ricorca
sette volte nel letto che ’l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, 135

che cotesta cortese oppinïone
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone, 138

se corso di giudicio non s’arresta".


L’anima di Corrado Malaspina, che già prima si era accostata a Nino Visconti, continua a fissare Dante durante tutto l’assalto del serpente e la sua cacciata. Quindi, dopo avergli augurato di assecondare con la sua volontà la grazia divina che lo porta verso la salvezza, gli chiede di informarlo, se sa, di ciò che accade in Val di Magra o in Lunigiana dove egli è stato un tempo potente. Dice quindi di essere Corrado Malaspina, discendente dell’omonimo signore di Lunigiana, e aggiunge di doversi ora purificare dell’eccessivo affetto verso la propria famiglia.
Dante esclama di non aver mai visitato quella zona, ma afferma che certo essa è conosciuta in tutta Europa; continua con un vibrante elogio della fama dei Malaspina, tuttora custodita dai discendenti che si ispirano agli ideali cavallereschi della liberalità e della prodezza. Ciò è tanto più ammirevole perché esempio unico in un mondo che segue la strada sbagliata.
Corrado risponde con una profezia: prima che passino sette anni Dante potrà per esperienza diretta confermare questo cortese giudizio. La profezia “post eventum” allude al fatto che Dante troverà ospitalità presso i Malaspina durante l’esilio nel 1306.
Analisi
Come dimostra con certezza l’apostrofe al lettore dei vv.19-21, la scena rappresentata nel canto ha un valore simbolico. Essa si ripete ogni sera, in quell’ora particolare in cui più vivi sono i ricordi di ciò che si è lasciato (vv.1-6). Tutte le anime attendono l’avvenimento (vv: 23-24) in un silenzio venato di ansia; sanno che cosa sta per accadere ed è chiaro che questo, benché si ripeta ogni sera, li coinvolge sempre nel profondo.
È una scena di tentazione respinta: il serpente, che rimanda con evidenza al tentatore nel Paradiso terrestre, non attacca direttamente le anime ma si limita ad impaurirle; gli angeli, a loro volta, hanno sì la spada, ma spuntata, e muovono contro il serpente senza però colpirlo: è sufficiente il loro muoversi in volo a farlo fuggire.
Si tratta dunque di una scena che ha la funzione di rammentare a queste anime, che sono in una condizione di attesa e non hanno ancora iniziato il cammino di purificazione, quanta è la potenza delle tentazioni alle quali sono state sottoposte in terra e come la liberazione da esse avvenga mediante la grazia divina rappresentata dagli angeli. Il momento della sera, nostalgico e intimo, potrebbe divenire occasione di fragilità, non nel senso che queste anime siano ancora soggette a tentazione (sono già salve), ma nel senso di trattenerle in uno stato di ricordo e di legame col mondo terreno mentre devono, al contrario, volgere sempre più lo sguardo e l’animo alla mèta che le aspetta. Tutto questo apre la strada a interpretazioni che vanno oltre il piano psicologico-morale ed investono, ad esempio, il piano dei contenuti politici della Commedia. Dato che le anime sono tutte di principi, ossia di persone investite di potere temporale,
« il mistero sacro trova posto e spiegazione nella teoria dantesca sulle due autorità (i due soli: potere temporale e potere religioso) delegate da Dio a guidare l’umanità verso il raggiungimento degli scopi della vita, la felicità temporale e la beatitudine celeste. Dimentichi del loro compito di garantire la pace, i principi, colpevoli di faziosità nell’esercizio del potere, assistono all’avverarsi della volontà divina: i due angeli custodi dei due poteri cacciano la mala biscia. (…) la sacra rappresentazione segnerebbe la catarsi dell’aspra insistita polemica sulle lotte interne condotta nei canti di Sordello, predisponendo un clima placato al tema dell’esilio dantesco. »
( La Divina Commedia. Purgatorio, a cura di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Milano, Garzanti, 1988)
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Il tema del ricordo del mondo terreno, che attraversa tutto il Purgatorio e in particolare i primi canti, si intreccia con il tema dell’amicizia, espresso nell’incontro affettuoso tra Dante e Nino Visconti, e con quello della famiglia. I due temi, del resto, sono anticipati nei versi d’apertura del canto. Nino Visconti ricorda con qualche amarezza la moglie, passata presto a nuove nozze; Corrado Malaspina, a sua volta, esprime rammarico per aver amato troppo la sua stirpe e la sua famiglia, ovvero per aver provato orgoglio della sua nobiltà.

[/bibl]Purgatorio – Canto ottavo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_ottavo&oldid=40434039 (in data 21 novembre 2011).[/bibl].

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