Canto X Purgatorio – (vv 28-96) – Esempi di umiltà
Testo e commento del Canto X del Purgatorio (versi 28-96)- Esempi di umiltà
Là sù non eran mossi i piè nostri anco, quand’io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco, 30 esser di marmo candido e addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno. 33 L’angel che venne in terra col decreto de la molt’anni lagrimata pace, ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, 36 dinanzi a noi pareva sì verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace. 39 Giurato si saria ch’el dicesse ’Ave!’; perché iv’era imaginata quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; 42 e avea in atto impressa esta favella ’Ecce ancilla Deï’, propriamente come figura in cera si suggella. 45 "Non tener pur ad un loco la mente", disse ’l dolce maestro, che m’avea da quella parte onde ’l cuore ha la gente. 48 Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde m’era colui che mi movea, 51 un’altra storia ne la roccia imposta; per ch’io varcai Virgilio, e fe’ mi presso, acciò che fosse a li occhi miei disposta. 54 Era intagliato lì nel marmo stesso lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, per che si teme officio non commesso. 57 Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a’ due mie’ sensi faceva dir l’un ’No’, l’altro ’Sì, canta’. 60 Similemente al fummo de li ’ncensi che v’era imaginato, li occhi e ’l naso e al sì e al no discordi fensi. 63 Lì precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, l’umile salmista, e più e men che re era in quel caso. 66 Di contra, effigïata ad una vista d’un gran palazzo, Micòl ammirava sì come donna dispettosa e trista. 69 I’ mossi i piè del loco dov’io stava, per avvisar da presso un’altra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava. 72 Quiv’era storïata l’alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; 75 i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore. 78 Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro sovr’essi in vista al vento si movieno. 81 La miserella intra tutti costoro pareva dir: "Segnor, fammi vendetta di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro"; 84 ed elli a lei rispondere: "Or aspetta tanto ch’i’ torni"; e quella: "Segnor mio", come persona in cui dolor s’affretta, 87 "se tu non torni?"; ed ei: "Chi fia dov’io, la ti farà"; ed ella: "L’altrui bene a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?"; 90 ond’elli: "Or ti conforta; ch’ei convene ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: giustizia vuole e pietà mi ritene". 93 Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova. 96
Agli occhi del poeta salta subito che la parete di fronte a lui è adornata da opere in pietra quasi più realistiche della realtà stessa. Vi è raffigurata per prima cosa la scena dell’Annunciazione, tanto realistica che si sarebbe giurato di udire la voce dell’angelo e di Maria. Virgilio lo spinge a passare oltre, fino alla scena successiva: scolpito nel marmo il re David, l’umile salmista, sta danzando in vesti succinte davanti all’Arca dell’Alleanza (e più e men che re era in quel caso) mentre la moglie Micol assiste scandalizzata. L’illusione è tanto perfetta che, nonostante udito ed olfatto neghino di provare alcunché, pure attraverso la vista sembra di sentire il canto del popolo ed il profumo dell’incenso. La terza scena, infine, rappresenta Traiano che, nell’atto di abbandonare Roma per andare in guerra, davanti all’intero esercito cede alle insistenze di una povera vedova e rimanda la partenza per darle la giustizia che ella richiede. L’intero dialogo è trasmesso attraverso l’illusione perfetta delle effigi, opera di Dio in persona.
[/bibl]Purgatorio – Canto decimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_decimo&oldid=41143817 (in data 21 novembre 2011).[/bibl].