Canto III Paradiso – (vv 1-130)
Testo del Canto III del Paradiso (versi 1-130)
Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, di bella verità m’avea scoverto, provando e riprovando, il dolce aspetto; 3 e io, per confessar corretto e certo me stesso, tanto quanto si convenne leva’ il capo a proferer più erto; 6 ma visïone apparve che ritenne a sé me tanto stretto, per vedersi, che di mia confession non mi sovvenne. 9 Quali per vetri trasparenti e tersi, o ver per acque nitide e tranquille, non sì profonde che i fondi sien persi, 12 tornan d’i nostri visi le postille debili sì, che perla in bianca fronte non vien men forte a le nostre pupille; 15 tali vid’io più facce a parlar pronte; per ch’io dentro a l’error contrario corsi a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte. 18 Sùbito sì com’io di lor m’accorsi, quelle stimando specchiati sembianti, per veder di cui fosser, li occhi torsi; 21 e nulla vidi, e ritorsili avanti dritti nel lume de la dolce guida, che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. 24 "Non ti maravigliar perch’io sorrida", mi disse, "appresso il tuo püeril coto, poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida, 27 ma te rivolve, come suole, a vòto: vere sustanze son ciò che tu vedi, qui rilegate per manco di voto. 30 Però parla con esse e odi e credi; ché la verace luce che le appaga da sé non lascia lor torcer li piedi". 33 E io a l’ombra che parea più vaga di ragionar, drizza’ mi, e cominciai, quasi com’uom cui troppa voglia smaga: 36 "O ben creato spirito, che a’ rai di vita etterna la dolcezza senti che, non gustata, non s’intende mai, 39 grazïoso mi fia se mi contenti del nome tuo e de la vostra sorte". Ond’ella, pronta e con occhi ridenti: 42 "La nostra carità non serra porte a giusta voglia, se non come quella che vuol simile a sé tutta sua corte. 45 I’ fui nel mondo vergine sorella; e se la mente tua ben sé riguarda, non mi ti celerà l’esser più bella, 48 ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, che, posta qui con questi altri beati, beata sono in la spera più tarda. 51 Li nostri affetti, che solo infiammati son nel piacer de lo Spirito Santo, letizian del suo ordine formati. 54 E questa sorte che par giù cotanto, però n’è data, perché fuor negletti li nostri voti, e vòti in alcun canto". 57 Ond’io a lei: "Ne’ mirabili aspetti vostri risplende non so che divino che vi trasmuta da’ primi concetti: 60 però non fui a rimembrar festino; ma or m'aiuta ciò che tu mi dici, sì che raffigurar m'è più latino. 63 Ma dimmi: voi che siete qui felici, disiderate voi più alto loco per più vedere e per più farvi amici?". 66 Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco; da indi mi rispuose tanto lieta, ch’arder parea d’amor nel primo foco: 69 "Frate, la nostra volontà quïeta virtù di carità, che fa volerne sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. 72 Se disïassimo esser più superne, foran discordi li nostri disiri dal voler di colui che qui ne cerne; 75 che vedrai non capere in questi giri, s’essere in carità è qui necesse, e se la sua natura ben rimiri. 78 Anzi è formale ad esto beato esse tenersi dentro a la divina voglia, per ch’una fansi nostre voglie stesse; 81 sì che, come noi sem di soglia in soglia per questo regno, a tutto il regno piace com’a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia. 84 E ’n la sua volontade è nostra pace: ell’è quel mare al qual tutto si move ciò ch’ella crïa o che natura face". 87 Chiaro mi fu allor come ogne dove in cielo è paradiso, etsi la grazia del sommo ben d’un modo non vi piove. 90 Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia e d’un altro rimane ancor la gola, che quel si chere e di quel si ringrazia, 93 così fec’io con atto e con parola, per apprender da lei qual fu la tela onde non trasse infino a co la spuola. 96 "Perfetta vita e alto merto inciela donna più sù", mi disse, "a la cui norma nel vostro mondo giù si veste e vela, 99 perché fino al morir si vegghi e dorma con quello sposo ch’ogne voto accetta che caritate a suo piacer conforma. 102 Dal mondo, per seguirla, giovinetta fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi e promisi la via de la sua setta. 105 Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, fuor mi rapiron de la dolce chiostra: Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 108 E quest’altro splendor che ti si mostra da la mia destra parte e che s’accende di tutto il lume de la spera nostra, 111 ciò ch’io dico di me, di sé intende; sorella fu, e così le fu tolta di capo l’ombra de le sacre bende. 114 Ma poi che pur al mondo fu rivolta contra suo grado e contra buona usanza, non fu dal vel del cor già mai disciolta. 117 Quest’è la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave generò ’l terzo e l’ultima possanza". 120 Così parlommi, e poi cominciò ’Ave, Maria’ cantando, e cantando vanio come per acqua cupa cosa grave. 123 La vista mia, che tanto lei seguio quanto possibil fu, poi che la perse, volsesi al segno di maggior disio, 126 e a Beatrice tutta si converse; ma quella folgorò nel mïo sguardo sì che da prima il viso non sofferse; 129 e ciò mi fece a dimandar più tardo.
Prima apparizione di beati – vv. 1-33
Dante leva il capo per dichiarare a Beatrice di essere stato convinto dalla sua spiegazione sulle macchie lunari, quando appare una visione che attrae tutta la sua attenzione. Sono volti umani dai contorni evanescenti come se fossero riflessi in un vetro pulito o in acqua limpida non troppo profonda, così che i lineamenti si distinguono debolmente come i contorni di una perla su una fronte bianca. Dante, incorrendo nell’errore opposto a quello di Narciso, ritiene che siano appunto immagini riflesse, e si volta per vedere le anime; ma nulla c’è dietro di lui, e si rivolge a Beatrice. Ella sorridendo chiarisce che egli sta vedendo proprio delle anime, assegnate a questo cielo per essere venute meno ai voti pronunciati. Lo invita quindi a parlare con fiducia con esse.
Piccarda Donati – vv. 34-57
Dante, rivolgendosi all’anima che appare più disposta a parlare, chiede chi sia e quale sia la condizione sua e delle altre anime. Essa risponde con prontezza, sorridendo, che la loro carità, sull’esempio di quella divina, induce le anime ad accogliere volentieri le giuste richieste. Dice di essere stata, nella vita terrena, una suora, e fa appello alla memoria di Dante che, malgrado la nuova bellezza di lei, potrà riconoscerla come Piccarda, posta con altri beati nel cielo della Luna. Tutte le anime del paradiso, spiega, sono beate in quanto corrispondono all’ordine voluto da Dio; quelle che si trovano qui hanno questa sorte perché non hanno mantenuto fede ai voti pronunciati.
I gradi della beatitudine – vv. 58-90
Il poeta spiega che nell’aspetto delle anime traluce qualcosa di divino che non gli ha permesso di riconoscerla subito; chiede poi se le anime hanno il desiderio di una condizione superiore. Piccarda spiega che la volontà delle anime è appagata dalla virtù della carità, che fa sì che esse desiderino unicamente ciò che hanno; in caso contrario, vi sarebbe contrasto tra la volontà delle anime e la volontà di Dio, il che è impossibile in paradiso, come Dante può comprendere se riflette correttamente: è essenziale alla beatitudine il conformarsi delle singole volontà al volere di Dio, e la disposizione dei beati nei diversi cieli risponde a un giudizio superiore che viene condiviso da tutte le anime. Dio, dunque, è quel “mare” al quale si orienta ogni essere creato da Lui o generato dalla natura. Dante afferma di aver ben compreso che il Paradiso è perfetta beatitudine in ogni sua parte .
L’inadempienza dei voti – vv. 91-108
Dante esprime ora un nuovo dubbio, relativo al voto lasciato incompiuto da Piccarda (metaforicamente, una tela non finita di tessere). Ella racconta di essere entrata giovanissima nell’ordine fondato da Santa Chiara, impegnandosi alla fedeltà fino alla morte. Il fratello però la tolse a forza dal convento, imponendole una vita diversa, cui si limita ad accennare con sofferenza (v. 108).
Costanza d’Altavilla – vv. 109-130
Continua Piccarda spiegando che nella stessa condizione si è trovata colei che al suo fianco risplende di luce. Anch’essa fu costretta a tornare nel mondo, ma sempre rimase fedele nel cuore al voto pronunciato. È l’anima di Costanza d’Altavilla, sposa dell’imperatore Enrico VI di Svevia e madre di Federico II.
Piccarda a questo punto si allontana cantando Ave, Maria e svanisce come un corpo pesante che affonda in un’acqua cupa. Dante cerca di seguirla il più possibile con lo sguardo, poi si volge a Beatrice, ma questa lo abbaglia con il suo splendore e lo induce a ritardare la sua domanda.
Analisi
In questo canto Dante incontra per la prima volta anime beate del paradiso. Esse, come tutte quelle che incontrerà in seguito, non hanno la loro dimora eterna nei singoli cieli, bensì nell’Empireo, ma si fanno incontro a Dante, con gesto di carità, nei cieli corrispondenti alla virtù dalla quale sono caratterizzate. Nel cielo della Luna vi sono anime di persone che sulla terra hanno pronunciato i voti religiosi ma non si sono mantenute fedeli ad essi per colpa di altri.
Il volto delle anime è appena riconoscibile, in quanto i lineamenti sono evanescenti (doppia la similitudine usata dal poeta: come visi riflessi su un vetro o nell’acqua, oppure come una perla su una fronte bianca), mentre nei cieli successivi le anime saranno talmente circonfuse di luce che i loro volti saranno nascosti.
Dante si rivolge all’anima il cui atteggiamento appare invitarlo a parlare, e questa sorridendo rivela la propria identità: è una giovane donna fiorentina, della famiglia dei Donati, ben conosciuta da Dante. Si tratta dunque non di una figura di rilievo storico o religioso, bensì di una persona sconosciuta al di fuori del suo ristretto ambiente familiare e cittadino, che esprime un’accoglienza affettuosa e rassicurante.
Accanto a lei vi è un’altra anima, appartenente invece alla sfera delle figure storiche, ovvero Costanza d’Altavilla, moglie e madre di imperatori. La differenza nella condizione terrena è però superata dall’analogia nell’esperienza spirituale, al punto che Piccarda afferma: “Ciò ch’io dico di me, di sé intende” (v.112). Costanza non parla e lascia che Piccarda non solo riassuma la sua storia ma interpreti i suoi sentimenti (“non fu del vel del cor già mai disciolta”, v.117) con il linguaggio delicato e allusivo che ha usato parlando di sé.
I motivi autobiografici sono toccati in modo lieve, mentre maggiore spazio è dato al tema più generale di come i beati vivano la loro diversa condizione, ovvero la maggiore o minore vicinanza a Dio. Le parole di Piccarda chiariscono come “ogne dove / in cielo è paradiso” (vv.88-89) dato che il paradiso, ossia la felicità eterna, consiste nel pieno aderire delle volontà dei singoli alla volontà di Dio che è perfettamente giusta. Essa è il “mare” al quale si dirige ogni realtà creata, e in essa si acquieta ogni desiderio (“E ‘n la sua volontade è nostra pace”, v.85).
[/bibl] Paradiso – Canto terzo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_terzo&oldid=45144684 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].