Canto I Paradiso – (vv 1-142)

Testo del Canto I del Paradiso (versi 1-142)

 
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove. 3

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende; 6

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire. 9

Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto. 12

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro. 15

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. 18

Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue. 21

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti, 24

vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno. 27

Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie, 30

che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta. 33

Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda. 36

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci, 39

con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella. 42

Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera, 45

quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco. 48

E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole, 51

così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso. 54

Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece. 57

Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco; 60

e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno. 63

Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote. 66

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. 69

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba. 72

S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. 75

Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni, 78

parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso. 81

La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume. 84

Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio 87

e cominciò: "Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso. 90

Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi". 93

S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito 96

e dissi: "Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi". 99

Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro, 102

e cominciò: "Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante. 105

Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma. 108

Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine; 111

onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti. 114

Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna; 117

né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
ma quelle c’ hanno intelletto e amore. 120

La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta; 123

e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto. 126

Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda, 129

così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte; 132

e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere. 135

Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo. 138

Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’a terra quïete in foco vivo". 141

Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.



Protasi e invocazione – versi 1-36
La cantica comincia, secondo il canone classico, con un proemio costituito da due parti: la protasi e l’invocazione. La prima introduce quello che Dante andrà a trattare nel resto del poema: il Paradiso, ove maggiormente risplende “la gloria di Colui che tutto move” (v. 1: si noti come questo verso, che apre il Paradiso con la menzione di Dio, rimandi circolarmente all’ultimo verso dell’opera, XXXIII, 145, “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”). Emerge il tema dell’ineffabilità, ovvero dell’impossibilità per Dante di raccontare quello che vede e che prova nel Paradiso, perché la memoria fa fatica a ricordare e perché il linguaggio della poesia si mostra insufficiente nell’affrontare un tema così elevato.
Segue l’invocazione al dio della poesia, Apollo – Dante nell’Inferno aveva invocato le Muse e nel Purgatorio ancora le Muse e in particolare Calliope – cui il poeta chiede di essere fatto “vaso”, cioè ricettacolo, della sua ispirazione, con chiaro riferimento a san Paolo detto vas electionis, cioè “vaso della scelta (di Dio)” quando fu ammesso ad accedere all’oltretomba. Richiama, nella sua invocazione, la vittoria che Apollo riportò gareggiando nella musica con Marsia che per punizione fu scorticato.
Emerge infine in questa invocazione un altro tema che sarà predominante nel resto del poema, e cioè il richiamo alla decadenza dei tempi presenti in cui ben pochi imperatori o poeti aspirano all’alloro, simbolo di gloria, perché desiderano piuttosto beni terreni e quindi effimeri. Alla “poca favilla” della poesia di Dante forse potrà far seguito una “gran fiamma” di altre “miglior voci”.

Ascesa al cielo – vv. 37-81
Al v. 37 inizia la narrazione vera e propria, con un’ampia perifrasi astronomica che descrive la stagione in cui ci si trova, cioè la primavera. In questo momento Beatrice fissa il sole, e di rimando anche Dante lo fissa (e ci riesce perché nel Paradiso terrestre, fatto apposta per il genere umano nella sua perfezione originaria, molte cose sono lecite al contrario che sulla terra): allora gli pare che la luce del giorno raddoppi, e Dante si sente trasumanare (letteralmente “andare oltre l’umano”) come Glauco quando si trasformò in divinità. È l’ascesa attraverso la sfera del fuoco (che separa il cielo dalla terra), grazie alla quale Dante e Beatrice accedono al Paradiso.

Primo dubbio di Dante chiarito da Beatrice – vv. 82-93
La novità del suono, dovuto al ruotare delle sfere celesti e la grande luce — nei versi precedenti il poeta ha infatti descritto il lago di luce che gli si accende di fronte — fanno sorgere in Dante parecchi dubbi, e in primo luogo il desiderio di conoscerne la ragione: a questo Beatrice risponde, senza bisogno che il poeta formuli a parole la domanda, spiegando che i due non si trovano più sulla terra, ma sono ascesi alla loro sede primaria — il cielo — più veloci della folgore quando invece la lascia. Ma queste parole suscitano in Dante un secondo dubbio, e cioè come il suo corpo pesante possa trascendere i “corpi levi” dell’aria e del fuoco: al che Beatrice inizia una spiegazione più ampia e completa.

Secondo dubbio; esistenza di un ordine universale – vv. 94-142
Esiste infatti un ordine fissato da Dio secondo cui tutte le cose create sono ordinate fra loro in modo da costituire un tutto armonico, e questo ordine è la forma, il principio essenziale, che rende l’universo simile a Dio, come il fuoco che sale verso la Luna, come la terra che grazie a questa forza rimane unita e compatta, e che muove gli esseri irrazionali e quelli dotati di ragione. Un solo luogo rimane sempre immobile e uguale a sé stesso, in quanto non tende verso nulla poiché già perfetto grazie alla divina Provvidenza, e si tratta dell’Empireo attorno al quale si muove il più veloce dei cieli, il Primo mobile, conferendo il movimento circolare agli altri cieli sottostanti (ricordiamo che secondo la concezione aristotelico-tomistica il cielo era suddiviso in nove cieli, i primi sette dominati da un pianeta — Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno — e gli ultimi due essendo rispettivamente il cielo delle Stelle fisse e il Primo mobile).
È a questo luogo immobile, perfetto, che tende l’uomo, anche se, dato il libero arbitrio, capita che egli invece si volga altrove, cioè ai beni terreni, sprofondando verso il basso nell’Inferno come il fuoco che cade dalle nuvole invece di salire (ovvero i fulmini). In conseguenza di questa spiegazione Dante non deve più stupirsi di salire verso l’alto, ora che è libero dal peso del peccato, come non si stupirebbe di vedere l’acqua di un ruscello scorrere a valle, ma dovrebbe invece stupirsi se un fuoco nel mondo materiale rimanesse fermo e non salisse verso l’alto.
Terminato il discorso, Beatrice rivolge nuovamente il volto al cielo.

Analisi del canto
Le prime dodici terzine del canto vengono, come si è detto, dedicate al proemio, elaborato e costruito secondo la tradizione retorica in protasi (esposizione del contenuto dell’opera) e invocazione: l’estensione di questa prima parte ci permette subito di misurare l’importanza dell’argomento trattato, confrontandola con la singola terzina introduttiva dell’Inferno, II 7-9, e con i dodici versi del Purgatorio, I 1-12. È qui messa in luce, sia nel proemio che nelle spiegazioni teologiche di Beatrice, l’esistenza di una gerarchia interna all’universo, prima ancora dell’enunciazione del contenuto del testo. La visione dantesca viene descritta nei termini di un excessus mentis in Deum, “trasporto della mente verso Dio”, mediante una delle sue caratteristiche fondamentali, cioè l’ineffabilità, ovvero l’indicibilità e inesprimibilità con i consueti strumenti linguistici umani.

[/bibl] Paradiso (Divina Commedia), //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_(Divina_Commedia)&oldid=44940214 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].

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