Canto XI Purgatorio – (vv 109-142) – Provenzano Salvan

Testo e commento del Canto XI del Purgatorio (versi 109-142)- Provenzano Salvan

Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia, 111

ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta. 114

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba". 117

E io a lui: "Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?". 120

"Quelli è", rispuose, "Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani. 123

Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso". 126

E io: "Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende, 129

se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?". 132

"Quando vivea più glorïoso", disse,
"liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse; 135

e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena. 138

Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo. 141

Quest’opera li tolse quei confini".


Provenzano Salvani, capo dei Ghibellini senesi, è un esempio della caducità della fama legata alla politica. Egli combatté e fu uno degli artefici della vittoria a Montaperti (1260). La sua decadenza cominciò dopo la battaglia di Benevento (1266) e poi morì in battaglia a Colle val d’Elsa, ucciso dai fiorentini, che a quei tempi erano superbi quanto ora sono corrotti (ora la superbia di Firenze ha assunto la forma dell’orgoglio e dell’avarizia). Quando i Guelfi tornarono a Siena, condannarono alla damnatio memoriae la casata dei Salvani, distruggendo le loro case e cancellando ogni segno della loro memoria.
Oderisi conclude il suo discorso riguardo ai superbi che come lui percorrono questa cornice del Purgatorio con una similitudine (di derivazione biblica) tra la fama terrena e la durata del colore dell’erba che rinsecchisce quando c’è troppo sole, lo stesso sole che la fa crescere e germogliare, così come la fama sì fa germogliare la vita d’un uomo, ma quand’è troppa lo consuma.
Dante dice a Oderisi che il suo discorso lo ha liberato dal suo orgoglio e domanda a chi si stesse riferendo prima. Oderisi racconta allora che stava parlando di Provenzano Salvani, estremamente ambizioso di diventare il padrone di Siena. Egli ebbe la stessa presunzione dei fiorentini prima della battaglia a Montaperti di impadronirsi della sua città. La presunzione è infatti una de filiabus superbiae, una delle figlie della superbia. Così ora è costretto a camminare con il viso chino.
Allora Dante domanda come mai l’anima di Provenzano si trovi qui, dal momento che un’anima, che per pentirsi attende la fine della sua vita, deve sostare nell’Antipurgatorio in attesa che trascorra tanto tempo quanto visse, a meno che qualche vivente non preghi in suo suffragio. Dante crede infatti che, dato il comportamento di Provenzano, nessuno abbia dedicato a lui una preghiera. Oderisi risponde che Provenzano, quando era al massimo della sua potenza e fama, si recò al Campo di Siena, al centro della città, e chiese l’elemosina per liberare dalla prigione un amico prigioniero di Carlo d’Angiò.
Oderisi conclude il colloquio con una profezia, volutamente oscura, dell’esilio di Dante.
Analisi del canto
Il canto XI appartiene ad una trilogia dedicata alla superbia (nel canto X appaiono esempi di umiltà, nel canto XII esempi di superbia punita) ed essendo dedicato all’incontro con personaggi penitenti è, fra i tre, il più vivo. È anche il primo canto in cui, dopo il passaggio della porta di ingresso al Purgatorio, si incontrano le anime che stanno purificandosi attraverso una pena fisica e morale. È costruito con una struttura assai semplice, che comprende una preghiera iniziale e alcuni esempi di superbia; ma riveste un particolare valore perché profondamente legato alla storia sia privata sia pubblica di Dante, che si sente direttamente coivolto in questo peccato.
Il canto si apre con la preghiera del pater noster, recitata dalle anime mentre avanzano con ritmo lento, curve sotto il peso dei macigni che le opprimono. Dante ha scelto per il peccato più grave la preghiera più alta, adeguando il testo evangelico a questa particolare situazione, attraverso l’inserimento di brevi commenti all’interno dei versetti della preghiera. Dedicata sia ai morti che ai viventi, la preghiera riprende un tema essenziale nel Purgatorio: la fraternità che lega tutti gli uomini al di là dei limiti di spazio e di tempo. Anche Dante pertanto, fin da questo inizio, è inserito nell’espiazione dei superbi, nello stesso momento in cui la sta rappresentando. Il significato profondo della sequenza consiste nel superamento dell’eccessivo valore dell’individuo, che si identifica col peccato di superbia. Il cristianesimo valorizza l’uomo che sa adeguarsi liberamente al disegno divino e si inscrive in una prospettiva di umiltà. Da qui il tono francescano di questa supplica, di qui la scelta di questa particolare preghiera, con la quale il credente si affida umilmente alla volontà del Padre, che è nei cieli.
Anche se la scelta è collegata a motivazioni personali, Dante fino da questo primo gruppo di penitenti ricorre alla tecnica medievale dell’ exemplum, cioè indivua tre figure che appartengono alla storia contemporanea e rappresentano tre diversi modelli di superbi, in modo che i lettori riconoscano in loro la realtà storica e il significato universale. Nello stesso tempo lui, nobile, artista e politico, rappresenta la storia di un superbo per nobiltà, di un superbo per la sua arte, di un superbo per il suo ruolo politico. Così egli oggettiva nei tre personaggi la propria vicenda personale e, insieme, vive con loro un suo momento penitenziale. Omberto Aldobrandeschi è un feudatario appartenente a quella società feudale che dette il meglio di sè nella società cavalleresca e cortese, ma rispose poi con alterigia ai tempi nuovi. Il peccato di superbia riguarda non solo lui, ma tutta la sua famiglia. Il poeta lo rappresenta in modo drammatico, in quanto nella sua contrizione affiorano involontarie tracce di alterezza. In questo sdoppiamento, che si perpetua anche nella morte, rivive la vicenda di una classe nobiliare che, mentre propone come ideale la misura, vi trasgredisce con l’arroganza e la vana gloria.
Oderisi entra in scena con grande naturalezza attraverso una gestualità (si torse sotto il peso che li impaccia) che gli conferisce una nota di vivo realismo. Egli assume un ruolo di singolare rilievo perché il campo di attività (l’arte) da cui nasce il suo peccato è anche quello di Dante. Certo la miniatura, di cui egli è stato grande protagonista è una specializzazione delimitata e per questo, forse, egli non è stato in grado di comprendere l’ampiezza del provvidenziale disegno divino, ma ora che ha ben compreso il senso della realtà passa subito dalla vicenda personale a considerazioni di valore universale. Per di più, l’arte nel suo tempo sta vivendo grandi trasformazioni; per questo assume maggior senso il quadro critico che Oderisi disegna relativamente alla civiltà artistica e che comprende due miniaturisti (lui stesso e Franco Bolognese), due pittori (Cimabue e Giotto), due poeti (Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti). Quello con Oderisi è di nuovo l’incontro con un amico, che consente a Dante di riprendere e rivedere criticamente le antiche consuetudini, respingendo quanto di caduco e colpevole individua in esse. Perciò egli inserisce un’allusione anche a se stesso (e forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà del nido), senza cadere in un atto di superbia in quanto poggia non sull’eccellenza ma sulla caducità della fama. L’arte non può essere alternativa e sostituvia dell’impegno religioso; l’artista deve rivelare la verità di Dio, farsi scriba Dei e accettare la brevità della propria fama, in quanto l’evoluzione delle forme artistiche e del gusto si iscrive nella parallela evoluzione della storia. L’artista è innanzitutto un uomo e il suo valore più alto consiste nel suo agire magnanimo e nella autocoscienza dei suoi limiti.
Brevissima e intensa la storia del terzo personaggio, che non entra direttamente in scena, ma assume forte rilievo attraverso le parole di Oderisi. Provenzano Salvani, un tempo signore di Siena, superbo del proprio potere politico, ha vissuto il contrasto fra un’indole orgogliosa e l’umiliazione volontariamente subita. L’umiltà, ponendolo nella prospettiva cristiana, lo ha redento ed in silenziosa magnanima umiltà egli ora procede nel suo cammino di penitenza. Attraverso Provenzano Dante parla di sè; a lui, che, consapevole del proprio genio, ha rischiato di peccare di superbia, toccherà l’umiliazione dell’esilio. E proprio lui dovrà mostrarsi magnanimo nell’affrontare l’umana miseria.

[/bibl]Purgatorio – Canto undicesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_undicesimo&oldid=42617112 (in data 21 novembre 2011).[/bibl].

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