Canto XIV Purgatorio – (vv 1-151)

Testo e commento del Canto XIV del Purgatorio (versi 1-151)

"Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?". 3

"Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
domandal tu che più li t’avvicini,
e dolcemente, sì che parli, acco’ lo". 6

Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini; 9

e disse l’uno: "O anima che fitta
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta 12

onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu più mai". 15

E io: "Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia. 18

Di sovr’esso rech’io questa persona:
dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
ché ’l nome mio ancor molto non suona". 21

"Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
con lo ’ntelletto", allora mi rispuose
quei che diceva pria, "tu parli d’Arno". 24

E l’altro disse lui: "Perché nascose
questi il vocabol di quella riviera,
pur com’om fa de l’orribili cose?". 27

E l’ombra che di ciò domandata era,
si sdebitò così: "Non so; ma degno
ben è che ’l nome di tal valle pèra; 30

ché dal principio suo, ov’è sì pregno
l’alpestro monte ond’è tronco Peloro,
che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, 33

infin là ’ve si rende per ristoro
di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, 36

vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga: 39

ond’ hanno sì mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura. 42

Tra brutti porci, più degni di galle
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle. 45

Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso. 48

Vassi caggendo; e quant’ella più ’ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa. 51

Discesa poi per più pelaghi cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi. 54

Né lascerò di dir perch’altri m’oda;
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda. 57

Io veggio tuo nepote che diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta. 60

Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva. 63

Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva". 66

Com’a l’annunzio di dogliosi danni
si turba il viso di colui ch’ascolta,
da qual che parte il periglio l’assanni, 69

così vid’io l’altr’anima, che volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. 72

Lo dir de l’una e de l’altra la vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista; 75

per che lo spirto che di pria parlòmi
ricominciò: "Tu vuo’ ch’io mi deduca
nel fare a te ciò che tu far non vuo’ mi. 78

Ma da che Dio in te vuol che traluca
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch’io fui Guido del Duca. 81

Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m’avresti di livore sparso. 84

Di mia semente cotal paglia mieto;
o gente umana, perché poni ’l core
là ’v’è mestier di consorte divieto? 87

Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s’è reda poi del suo valore. 90

E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo; 93

ché dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno. 96

Ov’è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi! 99

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna? 102

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco, 105

Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l’una gente e l’altra è diretata), 108

le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
che ne ’nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi. 111

O Bretinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n’è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria? 114

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s’impiglia. 117

Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio. 120

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro. 123

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m’ ha nostra ragion la mente stretta". 126

Noi sapavam che quell’anime care
ci sentivano andar; però, tacendo,
facëan noi del cammin confidare. 129

Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l’aere fende,
voce che giunse di contra dicendo: 132

’Anciderammi qualunque m’apprende’;
e fuggì come tuon che si dilegua,
se sùbito la nuvola scoscende. 135

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua: 138

"Io sono Aglauro che divenni sasso";
e allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci, e non innanzi, il passo. 141

Già era l’aura d’ogne parte queta;
ed el mi disse: "Quel fu ’l duro camo
che dovria l’uom tener dentro a sua meta. 144

Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
de l’antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo. 147

Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l’occhio vostro pur a terra mira; 150

onde vi batte chi tutto discerne".



Guido del Duca; Rinieri da Calboli – versi 1-27
Senza alcuna introduzione, il canto si apre con le parole di un’anima (Guido del Duca) meravigliata per la presenza di qualcuno (il poeta) che è ancora vivo e ci vede, alla quale risponde un’altra anima (Rinieri da Calboli), che esorta il vicino ad interrogare con garbo il nuovo venuto. Le due anime, dapprima chine l’una verso l’altra, levano il viso per rivolgersi a Dante e la prima esprime la meraviglia per la grazia concessa da Dio e chiede al poeta “per carità” di rivelare chi sia e da dove venga.
Dante risponde con una perifrasi su un “fiumicel che nasce in Falterona” e aggiunge che la propria identità non è importante, in quanto il suo nome è poco noto. L’interlocutore dice che ha capito l’allusione all’Arno, ed il vicino gli chiede come mai si sia voluto nascondere il nome del fiume, come si fa “de l’orribili cose”.
La valle dell’Arno – vv. 28-54
Guido risponde che è giusto tacere il nome di quella valle, perché è abitata da uomini nemici di ogni virtù, o per malefiche influenze astrali oppure per vizio, al punto che pare che Circe li abbia trasformati in animali. Definisce “brutti porci” gli abitanti del Casentino, poi, seguendo il corso del fiume, chiama “botoli ringhiosi” gli aretini; quindi l’Arno, quanto più si ingrossa andando verso Firenze, tanto più trova “lupi” invece di cani. Infine, nell’ultimo tratto del suo corso, il fiume incontra “volpi piene di froda”, ossia i pisani.
Profezia su Fulcieri da Calboli – vv. 55-72
Guido continua con una profezia, ispiratagli da Dio: vede il nipote di Rinieri, ossia Fulcieri da Calboli al centro di una scena di violenza bestiale e sanguinosa, come “cacciatore” che sgomenta i “lupi” di Firenze, li vende ancora vivi, poi li uccide, privando molti della vita e spogliandosi di ogni onore. Quando lascerà Firenze, la città sarà ridotta in un tale stato da non potersi risollevare per mille anni. La profezia post eventum è riferita all’intervento di Fulcieri come podestà di Firenze nel 1303, quando perpetrò gravi violenze contro i Bianchi.
Rinieri, udendo questa profezia si rattrista profondamente.
Compianto sulla Romagna – vv. 73-126
Queste parole e l’atteggiamento delle due anime inducono Dante a pregarle di dire i loro nomi. Il primo, pur sottolineando che Dante non ha detto chi sia, si rivela come Guido del Duca, roso in vita dall’invidia e ora qui punito per tale colpa. Continua indicando il suo vicino come Rinieri da Calboli, esempio di onore non raccolto dai suoi discendenti. Lo stesso – continua Guido – è accaduto per tante altre famiglie della Romagna (dalla quale entrambe le anime provengono). Cita con rimpianto personaggi virtuosi ormai non più imitati e con sdegno afferma che i romagnoli sono divenuti “bastardi”. Piangendo continua a ricordare altre figure di Bologna, Faenza, Ravenna, Rimini, e con loro “le donne e ‘cavalier, li affanni e li agi/che ne ‘nvogliava amore e cortesia”. La dolorosa panoramica continua con i signori di Bertinoro, Bagnacavallo, Castrocaro, Conio. Meglio per tante famiglie restare senza discendenti, che avere eredi malvagi e viziosi. Conclude pregando il poeta di lasciarlo, perché ormai l’angoscia gli permette solo di piangere e non di parlare.
Esempi di invidia punita – vv. 127-151
Dante e Virgilio riprendono il cammino, rassicurati dal silenzio delle anime sul fatto che seguono la strada giusta. Quando ormai sono lontani dagli invidiosi, odono una voce improvvisa che pronuncia le parole di Caino e subito si dilegua; subito giunge un’altra voce, di Aglauro, figlia del re di Atene trasformata in sasso per aver invidiato la sorella amata da Mercurio.
Dante spaventato si stringe a Virgilio, che chiude il canto con le sue parole di commento: gli uomini pur circondati dalle eterne bellezze del creato volgono lo sguardo solo alle miserie terrene cedendo alla tentazione di satana. Da ciò la dura punizione; e le voci udite dovrebbero frenare la tendenza all’invidia.
Analisi

Il canto XIV rappresenta un passaggio importante nello sviluppo del tema politico, che Dante ha iniziato a costruire fin dal VI canto dell’Inferno e progressivamente ampliato e approfondito. Nel Purgatorio, il tema ha trovato una forte ripresa nel V canto, nel quale due dei tre personaggi morti violentemente sono stati vittime delle contrapposizioni politiche; il canto successivo, con l’apostrofe Ahi serva Italia, di dolore ostello estende lo sguardo alla condizione di tutta l’Italia, per convergere infine su Firenze. Anche nel canto XI, tra i superbi, risuonano accenni alle guerre intestine della Toscana
Il canto XIV, nella peculiare costruzione dialogica, tra personaggi che rivelano solo tardivamente il proprio nome, offre il massimo risalto alla durezza delle immagini e dei giudizi espressi prima sulla Toscana, identificata con le diverse zone percorse dall’Arno dalla sorgente alla foce, poi sulla Romagna, evocata attraverso una fitta serie di nomi di località e di famiglie nobili. Il quadro complessivo è di una decadenza cha appare senza scampo: i cittadini toscani sono visti come bestie luride, violente, insidiose; i nobili romagnoli hanno come unica via d’uscita l’estinzione delle loro famiglie.
Le parole pronunciate da Guido del Duca, nobile ravennate che aveva esercitato in Romagna la funzione di giudice, traggono spunto dalla perifrasi che usa Dante, invece di nominare l’Arno: come se – commenta Rinieri – fosse una di quelle cose orribili che è meglio tacere. Di fatto, questa è l’occasione che dà modo a Guido (e in realtà al poeta) di iniziare un monologo ampio (vv.29-66) e di linguaggio volutamente aspro. Dante non commenta, ma mette in rilievo il turbamento di Rinieri. Alla domanda di Dante di sapere chi siano, Guido presenta se stesso e Rinieri Paolucci di Calboli, in Romagna, che conquistò e dominò brevemente Forlì.
Ora Dante può comprendere meglio chi sia il “nipote” di Rinieri (ossia Fulcieri) del quale Guido ha parlato ponendolo al centro di una profezia sull’immediato futuro di Firenze.
Dopo una scena così intensa, dominata dal protagonista Guido, il canto si conclude in tono alto e severo con le parole di Virgilio, che richiama gli uomini al rispetto dei loro limiti e a tendere lo sguardo al cielo e alle sue “bellezze eterne”, invece di lasciarsi imprigionare nelle bassezze terrene.

[/bibl]Purgatorio – Canto quattordicesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_quattordicesimo&oldid=38626302 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].

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