Canto XX Purgatorio – (vv 1-151)

Testo del Canto XX del Purgatorio (versi 1-151)

Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna. 3

Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli; 6

ché la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. 9

Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa! 12

O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda? 15

Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi; 18

e per ventura udi’ "Dolce Maria!"
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia; 21

e seguitar: "Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo". 24

Seguentemente intesi: "O buon Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio". 27

Queste parole m’eran sì piaciute,
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute. 30

Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza. 33

"O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti", dissi, "e perché sola
tu queste degne lode rinovelle. 36

Non fia sanza mercé la tua parola,
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola". 39

Ed elli: "Io ti dirò, non per conforto
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto. 42

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta. 45

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia. 48

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta. 51

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, 54

trova’ mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, 57

ch’a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa. 60

Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male. 63

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna. 66

Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. 69

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. 72

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. 75

Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta. 78

L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave. 81

O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c’ ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne? 84

Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto. 87

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso. 90

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele. 93

O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? 96

Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa, 99

tanto è risposto a tutte nostre prece
quanto ’l dì dura; ma com’el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece. 102

Noi repetiam Pigmalïon allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta; 105

e la miseria de l’avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida. 108

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. 111

Indi accusiam col marito Saffira;
lodiamo i calci ch’ebbe Elïodoro;
e in infamia tutto ’l monte gira 114

Polinestòr ch’ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: "Crasso,
dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?". 117

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo: 120

però al ben che ’l dì ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona". 123

Noi eravam partiti già da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso, 126

quand’io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada. 129

Certo non si scoteo sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo. 132

Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: "Non dubbiar, mentr’io ti guido". 135

’Glorïa in excelsis’ tutti ’Deo’
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo. 138

No’ istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ’l tremar cessò ed el compiési. 141

Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto. 144

Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra, 147

quanta pareami allor, pensando, avere;
né per la fretta dimandare er’oso,
né per me lì potea cosa vedere: 150

così m’andava timido e pensoso.



Invettiva contro la cupidigia – versi 1-15
Secondo il desiderio di Adriano V, Dante, benché desideroso di continuare il colloquio, si allontana insieme a Virgilio; i due camminano rasentando la roccia per evitare sia i tanti penitenti distesi a terra sia il pericoloso margine esterno della cornice. Il poeta scaglia un’invettiva contro la “antica lupa” che, come nel primo canto dell’Inferno simboleggia la cupidigia, e chiede quando dagli influssi celesti si determinerà un cambiamento che cacci dal mondo questo vizio.
Esempi di povertà e di liberalità – vv. 16-33
Procedendo lentamente, Dante sente una voce che nel pianto loda Maria, esempio di povertà, Fabrizio Luscino, un console romano che preferì la povertà virtuosa a ricchezze guadagnate disonestamente, e il vescovo Niccolò (di Mira in Licia), ossia san Nicola da Bari, generoso verso tre ragazze per mantenerle sulla retta via.
Sono tre esempi della virtù contraria al vizio punito in questo quinto girone, ossia l’avarizia.
Ugo Capeto – vv. 34-123
Dante si rivolge a chi ha espresso queste lodi chiedendo chi sia e perché gli altri non si uniscano alle sue parole. Promette in cambio preghiere quando tornerà sulla terra.
Il personaggio risponde di essere stato “radice de la mala pianta” ovvero della malvagia dinastia che opprime tutti i cristiani e che di rado dà buoni frutti. Se le città della Fiandra potessero, si vendicherebbero subito dell’oppressione patita (è una profezia post eventum, la rivolta contro i Francesi avvenne nel 1302). Si presenta quindi come Ugo Ciappetta, capostipite di quella dinastia di vari Luigi e Filippi da cui è retta tuttora la Francia. Racconta di essere nato da un macellaio di Parigi; quando si estinse la dinastia dei re carolingi, grazie alla monacazione di uno zio ultimo erede della corona, Ugo si ritrovò con un immenso potere e, circondato di sostenitori, associò al regno il proprio figlio Roberto sancendo così la nascita della nuova dinastia dei Capetingi.
Egli presenta poi la degenerazione dei suoi discendenti, collegata all’avidità suscitata dall’acquisizione della contea di Provenza avvenuta nel 1246. La “rapina” compiuta con la forza e con l’inganno fu l’espansionismo ai danni di regioni come Piccardia, Normandia e Guascogna. Poi Carlo I d’Angiò venne in Italia e fece uccidere Corradino di Svevia (nel 1268). Dopo poco tempo Carlo di Valois entrò a Firenze sotto le apparenze di un paciere disarmato, ma con l’arma del tradimento le fece “scoppiar la pancia” (1301), traendo dall’impresa solo peccato e vergogna. Un terzo Carlo (Carlo lo Zoppo), catturato dagli Aragonesi durante la guerra del Vespro, patteggiò le nozze di sua figlia Beatrice con Azzo VIII d’Este come fanno i pirati con le schiave.
A questo punto Ugo Capeto prorompe in un’invettiva contro l’avarizia che ha indotto addirittura i suoi discendenti a non curarsi dei propri stessi figli. Il suo discorso continua con un’altra profezia post eventum: il fiordaliso, simbolo araldico dei re di Francia, entrerà in Anagni e giungerà a catturare il vicario di Cristo (papa Bonifacio VIII) (1303). Così Cristo sarà un’altra volta deriso e insultato fino alla morte, mentre i ladroni continuano a vivere. L’avidità insaziabile del nuovo Ponzio Pilato (che è Filippo il Bello) lo spingerà a confiscare illegittimamente i beni dei Templari.
Conclude la sua amara esposizione invocando da Dio giusta vendetta sui suoi discendenti. Risponde quindi all’ altra domanda di Dante, spiegando che gli esempi di povertà sono proclamati durante il giorno, mentre di notte le anime ricordano esempi di avarizia: Pigmalione di Tiro, re Mida, Acan che rubò oggetti sacri a Gerico, Anania e Saffira (dagli Atti degli Apostoli), Eliodoro, Polimnestore, Marco Licinio Crasso. Le anime parlano a voce più o meno alta secondo l’intensità dell’ammirazione (per le virtù) o dell’indignazione (per i vizi). Perciò Dante ha avuto l’impressione che fosse solo Ugo a lodare i tre esempi di virtù, ma in realtà le anime vicine parlavano a voce bassa.
Terremoto e canto del Gloria – vv. 124-151
Mentre i due pellegrini si allontanano, il monte del Purgatorio è scosso da un violento terremoto che riempie Dante di terrore, seguito da un grido corale; Virgilio rassicura il poeta, mentre Dante discerne nel potente grido le parole dell’inno Gloria in excelsis Deo. I due si fermano finché quel canto si conclude, poi riprendono il percorso fra le anime degli avari. Dante non osa domandare a Virgilio spiegazioni per non rallentare il cammino e nemmeno è in grado di capire l’accaduto, quindi procede pieno di timore e di dubbi.
Dopo l’incontro col papa Adriano V, esempio di avidità nell’ambito della Chiesa, in questo canto Dante incontra Ugo Capeto, progenitore della dinastia monarchica di Francia in cui il poeta vede gravissimi esempi di questo vizio. Nell’ideale politico di Dante, espresso nella Monarchia, solo una forte autorità esercitata dall’imperatore potrebbe ricondurre entro giusti limiti le ambizioni dei potenti; invece la monarchia francese abusa del proprio potere a danno degli altri popoli e della Chiesa stessa. Nelle parole di Ugo Capeto Dante fa risuonare la propria esecrazione per i comportamenti tenuti in Italia nel proprio tempo da Carlo d’Angiò , Carlo di Valois e Carlo lo Zoppo. Parole durissime bollano poi Filippo il Bello che ha osato affrontare Bonifacio VIII con un gesto di prepotenza senza precedenti (il cosiddetto schiaffo di Anagni). In questo caso, il papa non è fatto oggetto delle gravi accuse espresse da Dante in altri canti della Commedia, ma è visto come Vicario di Cristo, così che la sua dignità calpestata appare come una seconda passione inflitta a Gesù Cristo.
In questo ampio discorso di Ugo Capeto i fitti riferimenti storici tuttavia sono imprecisi nell’indicazione del re come figlio di un macellaio, secondo una tradizione infondata, e nell’affermazione che fu l’eredità della contea di Provenza a dare inizio alla politica di espansionismo e di usurpazione, il che è smentito dalla cronologia degli eventi stessi cui il canto fa riferimento.
Il tema dell’avarizia e avidità è in questo canto sviluppato con un linguaggio particolarmente espressivo, anche mediante i numerosi artifici retorici. In primo piano l’anafora “veggio…veggiolo…veggio” (vv.86, 88, 91) che sottolinea la profezia relativa a Filippo il Bello. Si notano inoltre delle apostrofi: v.10 (contro l'”antica lupa”, la cupidigia), v.13 (invocazione di Dante al cielo perché con i suoi influssi susciti un ravvedimento degli uomini), v.82 (ancora contro la cupidigia, da parte di Ugo), v.94 (a Dio perché punisca i re di Francia). Numerose metafore sottolineano la tensione espressiva: in particolare “radice de la mala pianta” (v.43 e seguenti), “scoppiar la pancia” (v.75; qui emerge un registro volutamente basso), “le cupide vele” (v.93).

[/bibl] Purgatorio – Canto ventesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_ventesimo&oldid=43282081 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].

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