CantoXXVI Purgatorio – (vv 1-148)

Testo Temi e contenuti del Canto XXVI del Purgatorio (versi 1-148)

 
Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: "Guarda: giovi ch’io ti scaltro"; 3

feriami il sole in su l’omero destro,
che già, raggiando, tutto l’occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro; 6

e io facea con l’ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ombre, andando, poner mente. 9

Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: "Colui non par corpo fittizio"; 12

poi verso me, quanto potëan farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi. 15

"O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. 18

Né solo a me la tua risposta è uopo;
ché tutti questi n’ hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo. 21

Dinne com’è che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete". 24

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora; 27

ché per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso. 30

Lì veggio d’ogne parte farsi presta
ciascun’ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa; 33

così per entro loro schiera bruna
s’ammusa l’una con l’altra formica,
forse a spïar lor via e lor fortuna. 36

Tosto che parton l’accoglienza amica,
prima che ’l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s’affatica: 39

la nova gente: "Soddoma e Gomorra";
e l'altra: "Ne la vacca entra Pasife,
perché 'l torello a sua lussuria corra". 42

Poi, come grue ch’a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife, 45

l’una gente sen va, l’altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene; 48

e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m’avean pregato,
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. 51

Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: "O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato, 54

non son rimase acerbe né mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture. 57

Quinci sù vo per non esser più cieco;
donna è di sopra che m’acquista grazia,
per che ’l mortal per vostro mondo reco. 60

Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, 63

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi". 66

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba, 69

che ciascun’ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, 72

"Beato te, che de le nostre marche",
ricominciò colei che pria m’inchiese,
"per morir meglio, esperïenza imbarche! 75

La gente che non vien con noi, offese
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
"Regina" contra sé chiamar s’intese: 78

però si parton "Soddoma" gridando,
rimproverando a sé com’ hai udito,
e aiutan l’arsura vergognando. 81

Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l’appetito, 84

in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. 87

Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei. 90

Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo". 93

Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo, 96

quand’io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amor usar dolci e leggiadre; 99

e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai. 102

Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui. 105

Ed elli a me: "Tu lasci tal vestigio,
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio. 108

Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro". 111

E io a lui: "Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri". 114

"O frate", disse, "questi ch’io ti cerno
col dito", e additò un spirto innanzi,
"fu miglior fabbro del parlar materno. 117

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi. 120

A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. 123

Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ ha vinto il ver con più persone. 126

Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio, 129

falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro". 132

Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo. 135

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco. 138

El cominciò liberamente a dire:
"Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. 141

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’ esper, denan. 144

Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!". 147

Poi s’ascose nel foco che li affina.


  • Le due schiere dei lussuriosi – v. 1-87
  • Guido Guinizelli – v. 88-135
  • Arnaut Daniel – v. 136-148

Sintesi

Mentre Dante procede sulla cornice dei lussuriosi, spesso ammonito da Virgilio a stare attento a dove mette i piedi, il sole lo illumina sul fianco proiettando la sua ombra sul fuoco e facendolo parere al confronto più sbiadito. Meravigliate da questo particolare, le anime si stupiscono del fatto che egli sembri avere un corpo, avvicinandosi a lui per osservarlo meglio senza però uscire dal fuoco purgatore. Una di esse allora lo interpella, chiedendogli di spiegare lo strano fenomeno, ma Dante non fa in tempo a rispondere che compare un’altra schiera di anime che viene loro incontro le quali, incrociandosi con le anime di questa schiera, si abbracciano e si baciano in fretta senza interrompere il cammino; e non appena le due schiere si allontanano, iniziano a gridare esempi di lussuria punita:
la schiera or ora comparsa grida «Sodoma e Gomorra», menzionando l’episodio biblico in cui queste città vengono distrutte da Dio per la loro empietà: si tratta infatti di anime che espiano il peccato della sodomia, ossia dell’omosessualità;
l’altra schiera grida invece l’esempio di Pasifae che soddisfece il suo bestiale amore per un toro nascosta in un simulacro di vacca: si tratta infatti di anime che espiano la lussuria eterosessuale, praticata in vita seguendo eccessivamente l’istinto, come le bestie.
Dopo che la schiera dei sodomiti si è allontanata, le anime che prima avevano interrogato Dante si riavvicinano a lui e ripetono la loro domanda, al che egli risponde di essere effettivamente salito al Purgatorio con il proprio corpo, al fine di non essere più «cieco» (alla luce divina), grazie alle preghiere di una donna (Beatrice) che si trova in Paradiso. Dopo aver detto questo, a sua volta chiede alle anime chi siano loro e chi siano quelle dell’altra schiera, perché più tardi lo possa scrivere sulla carta.
Dapprima ammutolita per lo stupore, la stessa anima che prima aveva parlato risponde a Dante spiegandogli la differenza fra il peccato dell’una e dell’altra schiera, aggiungendo poi che non potrebbe citargli tutti i nomi di coloro che sono là presenti perché mancherebbe il tempo: ma almeno gli dirà chi sia lui, e cioè Guido Guinizzelli, che espia il suo peccato del quale si pentì prima di morire. Al sentire il nome del «padre [suo] e degli altri […] che rime d’amore usar[ono] dolci e leggiadre» – vale a dire del fondatore del Dolce Stil Novo -, Dante vorrebbe abbracciarlo ma non osa per timore del fuoco; allora procede pensoso per un tratto, finché offre a Guinizzelli i suoi servigi. Guinizzelli risponde toccato da questa offerta di cui – afferma – il Lete (il fiume dell’oblio) non potrà ternire il ricordo, e chiede per quale ragione egli dimostri tanto amore nei suoi confronti, ragione – risponde Dante – che si può individuare nei suoi «dolci detti», che saranno apprezzati finché durerà l’«uso moderno» (vale a dire la poesia in lingua volgare). Al sentire queste parole allora Guinizzelli indica al poeta un’altra anima, che definisce «miglior fabbro [= autore] del parlar materno», che tutti superò nei «versi d’amore e prose di romanzi», benché altra gente stolta affermi che sia migliore Giraut de Bornelh (detto con perifrasi “quello di Limoges”): quella gente è attenta più alla fama che al vero, e così si forma un’opinione senza aver neanche ascoltato l’arte o la ragione, proprio come fecero con Guittone d’Arezzo, fino a quando la verità non fu riconosciuta da un gran numero di persone.
Infine, dopo aver chiesto a Dante di pronunciare per lui una preghiera quando sarà in Paradiso, si allontana scomparendo nel fuoco. Dante allora si avvicina all’altra anima che Guinizzelli gli aveva indicato, e le chiede chi sia, al che l’anima risponde in provenzale:
« Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire:
jeu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen la joi qu’esper, denan;

ara vos prec, per aquela valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor! »
Risponde cioè che tanto le piace la cortese richiesta che non può né vuole rifiutarsi: egli è Arnaut Daniel, che piange e va cantando considerando la sua follia passata e la felicità che vede nel suo futuro; poi prega Dante, in nome di Dio, che si ricordi di lui al momento giusto (come pure aveva chiesto Guinizzelli, che gli dedichi una preghiera quando sarà in Paradiso). Detto questo torna a nascondersi nel fuoco che li purga.
Analisi del canto

Ad alcuni critici è parsa fuori luogo la collocazione di Guido Guinizzelli e di Arnaut Daniel tra i lussuriosi e – escludendo che Dante potesse aver avuto notizie a noi sconosciute da una loro qualche biografia – hanno ricercato nei testi di questi due poeti quali elementi potessero avere indotto Dante a tale classificazione: l’ardore sensuale di Arnaut Daniel è rintracciabile in parecchi suoi versi d’amore, mentre per Guinizzelli un solo sonetto (“Chi vedesse a Lucia un var cappuzzo”) parrebbe autorizzare tale giudizio. Più corretto sarebbe ammettere nell’accezione di lussuriosi non solo coloro che praticarono l’amore “in modo bestiale”, ma tutti coloro che posero l’amore più in alto di Dio, che a esso dedicarono più attenzione che non alla loro salvezza spirituale, considerandolo più importante: e in tale accezione si possono quindi includere i poeti che cantarono l’amore, e quindi lo stesso Dante, che infatti è più volte ammonito da Virgilio perché stia attento a non cadere nella fiamma (materialmente quella che si trova nel Purgatorio, ma allegoricamente la fiamma dell’amore), e che d’altronde dovrà – nel canto successivo – attraversare il fuoco per accedere al Paradiso terrestre. Così si può interpretare anche il casto bacio che si scambiano gli espianti incontrandosi sulla cornice (e ricordiamo che i dannati che si incontravano nell’Inferno invece si insultavano): solo l’amore virtuoso, ispirato da Dio (come il bacio è da Lui prescritto) e a Lui finalizzato, può salvare l’uomo; e questo ci ricorda anche che l’amore e le sue manifestazioni non sono negative in sé, ma diventano peccato nel momento in cui sono rivolte alla ricerca di un piacere terreno e materialistico.
Si può considerare chiusa, in questo canto, la riflessione sul canto e sulla poesia portata avanti per molti canti (iniziata nel canto V dell’Inferno, e nel Purgatorio nel canto II con Casella, e nel canto XXIV con Bonagiunta Orbicciani), con la proclamazione di Guinizzelli quale padre e maestro della poesia moderna – il Dolce Stil Novo -, definita come «rime dolci e leggiadre»: già Arnaut, presentato come il poeta più grande, si pone come anima penitente che piange la sua follia passata e «canta» non l’amore, bensì la sua futura beatitudine in Paradiso: la sua poesia è ormai lontana, e tale lontananza è sottolineata dal contrasto del cambiamento di lingua, omaggio di Dante al poeta provenzale: con marcato realismo linguistico, infatti, Dante si esibisce in questo vistuosismo tecnico, unico esempio nella Commedia di lingua straniera moderna. Notiamo anche come, prima di concludere il proprio discorso poetico, Dante esprima un giudizio negativo nei confronti di un altro poeta provenzale, Giraut de Bornelh – lodato invece nel De vulgari eloquentia -, e di Guittone d’Arezzo, riflettendo sul rischio a cui d’ora in poi è soggetta la poesia moderna, che la fama superi la verità, e cioè che non sia ritenuto migliore il più meritevole, ma al contrario quello che piace di più al pubblico (gli «stolti»).

[/bibl] Purgatorio – Canto ventiseiesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_ventiseiesimo&oldid=42711489 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].

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