Canto XXVII Inferno – (vv 112-136) – Il racconto di Guido
Testo e commento del Canto XXVII dell’Inferno (versi 112-136)-Il racconto di Guido
Francesco venne poi, com’io fu’ morto, per me; ma un d’i neri cherubini li disse: "Non portar; non mi far torto. 114 Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini perché diede ’l consiglio frodolente, dal quale in qua stato li sono a’ crini; 117 ch'assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere insieme puossi per la contradizion che nol consente". 120 Oh me dolente! come mi riscossi quando mi prese dicendomi: "Forse tu non pensavi ch’io löico fossi!". 123 A Minòs mi portò; e quelli attorse otto volte la coda al dosso duro; e poi che per gran rabbia la si morse, 126 disse: "Questi è d’i rei del foco furo"; per ch’io là dove vedi son perduto, e sì vestito, andando, mi rancuro". 129 Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto, la fiamma dolorando si partio, torcendo e dibattendo ’l corno aguto. 132 Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio, su per lo scoglio infino in su l’altr’arco che cuopre ’l fosso in che si paga il fio 135 a quei che scommettendo acquistan carco.
Quando Guido morì vennero a prenderlo San Francesco, titolare del suo ordine, e un diavolo. La rappresentazione di forze angeliche e diaboliche che si contendono un’anima non ha riscontri teologici (Dante stesso in paradiso dirà che i santi conoscono la volontà di Dio, quindi a maggior ragione non andrebbero a disputarsi anime la cui sorte è già ineluttabilmente segnata), però ha un forte richiamo di sapore popolaresco, e la si trova in molte fonti scritte e iconografiche medievali; Dante la riuserà per il figlio di Guido, Bonconte da Montefeltro in Purgatorio (V, vv. 85-129).
Il diavolo redarguisce quindi Guido del perché diede il consiglio frodolente (ecco il punto dove è più chiaro che tipo di dannati siano puniti in questa bolgia, che altrove sembrano per lo più astuti generici), dopo il quale il demone in questione non ha fatto altro che stargli alle calcagna (ecco un’altra credenza popolare, che le persone malvagie fossero accompagnate sempre da un diavolo invisibile pronto a prender loro l’anima appena spirassero).
Non si può assolvere chi non si pente, né pentirsi e voler peccare insieme, per contraddizione: con questo corretto sillogismo il diavolo ghermisce l’anima di Guido, al quale dice in tono di beffa: “forse tu non pensavi ch’io löico (logico, sottilissimo ragionatore) fossi”, cioè qualcosa che suona come: “Ti saresti mai aspettato un diavolo filosofo?”.
Guido finì così davanti a Minosse, che attorse la coda otto volte (ottavo cerchio) è lo destinò a quelli “del foco furo”, del fuoco che ruba i corpi, mordendosi poi la coda per la rabbia, probabilmente di non poter ancora avere davanti il terribile Bonifacio VIII. Guido chiude il suo racconto e riparte, mentre Dante e Virgilio passano il fosso entrando nella boglia dove “si paga il fio / a quei che scommettendo acquistan carco.”, a coloro cioè che acquistano colpe “sconnettendo”, cioè provocando scismi e discordie.
[bibl] Inferno – Canto ventisettesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_ventisettesimo&oldid=38301009 (in data 17 novembre 2011).[/bibl].