Canto IV Paradiso – (vv 1-142)

Testo del Canto IV del Paradiso (versi 1-142)

 
Intra due cibi, distanti e moventi
d'un modo, prima si morria di fame,
che liber'omo l'un recasse ai denti; 3

sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame: 6

per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
da li miei dubbi d’un modo sospinto,
poi ch’era necessario, né commendo. 9

Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
più caldo assai che per parlar distinto. 12

Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
Nabuccodonosor levando d’ira,
che l’avea fatto ingiustamente fello; 15

e disse: "Io veggio ben come ti tira
uno e altro disio, sì che tua cura
sé stessa lega sì che fuor non spira. 18

Tu argomenti: "Se ’l buon voler dura,
la vïolenza altrui per qual ragione
di meritar mi scema la misura?". 21

Ancor di dubitar ti dà cagione
parer tornarsi l’anime a le stelle,
secondo la sentenza di Platone. 24

Queste son le question che nel tuo velle
pontano igualmente; e però pria
tratterò quella che più ha di felle. 27

D’i Serafin colui che più s’india,
Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria, 30

non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t’appariro,
né hanno a l’esser lor più o meno anni; 33

ma tutti fanno bello il primo giro,
e differentemente han dolce vita
per sentir più e men l’etterno spiro. 36

Qui si mostraro, non perché sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestïal c’ ha men salita. 39

Così parlar conviensi al vostro ingegno,
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d’intelletto degno. 42

Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio e altro intende; 45

e Santa Chiesa con aspetto umano
Gabrïel e Michel vi rappresenta,
e l’altro che Tobia rifece sano. 48

Quel che Timeo de l’anime argomenta
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che senta. 51

Dice che l’alma a la sua stella riede,
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede; 54

e forse sua sentenza è d’altra guisa
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa. 57

S’elli intende tornare a queste ruote
l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote. 60

Questo principio, male inteso, torse
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
Mercurio e Marte a nominar trascorse. 63

L’altra dubitazion che ti commove
ha men velen, però che sua malizia
non ti poria menar da me altrove. 66

Parere ingiusta la nostra giustizia
ne li occhi d’i mortali, è argomento
di fede e non d’eretica nequizia. 69

Ma perché puote vostro accorgimento
ben penetrare a questa veritate,
come disiri, ti farò contento. 72

Se vïolenza è quando quel che pate
nïente conferisce a quel che sforza,
non fuor quest’alme per essa scusate: 75

ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,
ma fa come natura face in foco,
se mille volte vïolenza il torza. 78

Per che, s’ella si piega assai o poco,
segue la forza; e così queste fero
possendo rifuggir nel santo loco. 81

Se fosse stato lor volere intero,
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man severo, 84

così l’avria ripinte per la strada
ond’eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo rada. 87

E per queste parole, se ricolte
l’ hai come dei, è l’argomento casso
che t’avria fatto noia ancor più volte. 90

Ma or ti s’attraversa un altro passo
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria saresti lasso. 93

Io t’ ho per certo ne la mente messo
ch’alma beata non poria mentire,
però ch’è sempre al primo vero appresso; 96

e poi potesti da Piccarda udire
che l’affezion del vel Costanza tenne;
sì ch’ella par qui meco contradire. 99

Molte fïate già, frate, addivenne
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non si convenne; 102

come Almeone, che, di ciò pregato
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà si fé spietato. 105

A questo punto voglio che tu pense
che la forza al voler si mischia, e fanno
sì che scusar non si posson l’offense. 108

Voglia assoluta non consente al danno;
ma consentevi in tanto in quanto teme,
se si ritrae, cadere in più affanno. 111

Però, quando Piccarda quello spreme,
de la voglia assoluta intende, e io
de l’altra; sì che ver diciamo insieme". 114

Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
ch’uscì del fonte ond’ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio. 117

"O amanza del primo amante, o diva",
diss’io appresso, "il cui parlar m’inonda
e scalda sì, che più e più m’avviva, 120

non è l’affezion mia tanto profonda,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e puote a ciò risponda. 123

Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia. 126

Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra. 129

Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’al sommo pinge noi di collo in collo. 132

Questo m’invita, questo m’assicura
con reverenza, donna, a dimandarvi
d’un’altra verità che m’è oscura. 135

Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
ai voti manchi sì con altri beni,
ch’a la vostra statera non sien parvi". 138

Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni, 141

e quasi mi perdei con li occhi chini.


Dubbi di Dante – versi 1-27
Le parole di Piccarda Donati fanno nascere in Dante due dubbi ugualmente tormentosi, a tal punto che non sa quale esprimere per primo ed è costretto a tacere. Sebbene Dante non parli, Beatrice, la quale vedendo ogni cosa in Dio conosce anche i pensieri di Dante, esplicita i due dubbi. Il primo è riferito al fatto che il non compiere un bene (il voto di Piccarda in questo caso) per violenza altrui possa diminuire il nostro merito. Il secondo riguarda la discesa delle anime dalle stelle ai corpi umani e il loro ritorno in cielo, secondo la teoria di Platone argomentata nel dialogo Timeo.

L’Empireo come sede dei beati – vv. 28-63
Beatrice inizia a sciogliere i dubbi di Dante confutando la teoria di Platone sopra citata. Tutti i beati hanno dimora nell’Empireo: il fatto che appaiano nei diversi cieli ha lo scopo di mettere in evidenza il diverso grado di beatitudine, e ha quindi un significato simbolico e didascalico. Solo in questo modo, attraverso la via del senso, infatti, si parla alla mente umana: la Scrittura di Dio ci è comprensibile perché si adatta alla capacità di comprensione degli uomini, e per lo stesso motivo la Chiesa rappresenta gli angeli, che sono puro spirito, con corpi umani. Dunque le affermazioni del Timeo non corrispondono alla realtà (ammesso che il testo sia correttamente inteso) là dove dice che ogni anima torna alla stella da cui si è distaccata quando è entrata in un corpo umano. Forse il protagonista del dialogo platonico non è lontano dal vero se intende che alle sfere celesti vada attribuito un influsso sulle anime; in base a questa convinzione, intesa erroneamente in senso assoluto, si sono attribuiti ai corpi celesti i nomi delle divinità pagane.

L’inadempienza dei voti – vv. 64-114
Il secondo dubbio di Dante (sull’inadempienza dei voti a causa dell’altrui violenza) viene da Beatrice giudicato meno pericoloso in quanto il credere “ingiusta” la giustizia divina non è fonte di eresia, anzi a suo modo è conferma della fede in Dio.
Beatrice argomenta che Piccarda e Costanza non si opposero alla violenza con la necessaria energia, e lo dimostrerebbe il fatto che non ritornarono al chiostro in un momento successivo, quando avrebbero potuto farlo. Mancò loro, insomma, quella forza di volontà che ebbero ad esempio San Lorenzo martire fermo sulla graticola e Muzio Scevola con la mano nel braciere.
Chiarito questo punto, Beatrice introduce un altro tema, talmente complesso che Dante non potrebbe affrontarlo da solo: nel canto precedente (vv.31-33) ella ha reso Dante certo della veridicità delle anime; poi egli ha saputo da Piccarda che Costanza si è sempre conservata fedele nel suo cuore ai voti pronunciati, il che pare in contraddizione con ciò che Beatrice ha appena affermato. Ella ricorda che molte volte accade che si compia qualcosa contro la propria volontà per evitare un male peggiore (cita l’esempio mitologico di Alcmeone; in questo modo la violenza dell’oppressore si mescola alla volontà della vittima. Una volontà “assoluta”, ovvero libera e incondizionata, non acconsente mai al male; ma di fatto vi acconsente se teme di cadere altrimenti in una colpa più grave. Piccarda ha alluso alla volontà assoluta, Beatrice invece alla volontà condizionata: le loro affermazioni sono dunque entrambe vere.

Nuovo dubbio di Dante – vv. 115-142
In tal modo le parole di Beatrice, alimentate direttamente dalla verità divina, soddisfano entrambi i dubbi di Dante. Dante, dichiarando di non poter adeguatamente ringraziare Beatrice, riconosce che l’intelletto umano è insaziabile se non è illuminato dal vero: esso vi trova pace come una fiera nella sua tana; ma da ogni verità raggiunta scaturisce un nuovo dubbio, ed è proprio della natura umana l’avvicinarsi per gradi al sommo della verità. Perciò Dante manifesta un altro dubbio: è possibile compensare la mancata adempienza di un voto con buone azioni di altro genere? Beatrice risponde con uno sguardo sfavillante d’amore.

Analisi
Il canto, considerato “uno fra i più dottrinari del Paradiso[1], non presenta cambiamenti di scena né nuovi personaggi, ma si sviluppa come una lezione quasi ininterrotta di Beatrice, relativa ai dubbi sorti nella mente di Dante in seguito all’incontro con Piccarda narrato nel canto precedente. Sono in realtà dubbi di notevole portata intellettuale che si possono far risalire al periodo nel quale Dante, dopo la morte di Beatrice, frequentò assiduamente “le scuole de li religiosi e le disputazioni de li filosofanti” (Convivio, II, 12, 7).
Il secondo dubbio formulato è il primo a ricevere spiegazione, in quanto investe direttamente un problema di fede, ovvero se l’anima sia creata e infusa direttamente da Dio. Sembrerebbe opporsi a questo dogma il presentarsi delle anime nei singoli cieli, ma in realtà esse appartengono tutte all’Empireo, cielo non materiale e pura emanazione della mente divina. L’argomentazione è presentata da Beatrice in modo graduale ed ordinato, e appare dosata con prudenza là dove confuta la teoria platonica espressa da Timeo nel dialogo che da lui prende il nome. Non è ben noto il grado di conoscenza che Dante poteva avere del dialogo, che peraltro era fino al secolo XII l’unico testo platonico conosciuto direttamente nell’Europa occidentale[2]. Beatrice infatti esprime qualche riserva sulla corretta interpretazione da darsi alle parole di Timeo (vv.55 e 59: “forse”…forse”).
Il secondo dubbio sciolto è il primo formulato e riguarda la condizione di chi non mantiene fede al voto pronunciato in quanto costretto con la violenza. Se è vero, come è vero, che Piccarda e Costanza hanno subito violenza, come mai sono “qui rilegate per manco di voto” (Paradiso, III, v.30), ossia godono di un grado di beatitudine in certo modo limitato? Il dubbio non mette in discussione i principi della dottrina cristiana ma sottolinea come in certi casi la giustizia di Dio sia poco comprensibile alle menti degli uomini.
Beatrice, sempre con impeccabile ragionamento e lessico tipico della Scolastica (filosofia), distingue tra volontà assoluta (dal latino absolutus ovvero libero, sciolto) e libertà condizionata, riconoscendo che non è facile incontrare esempi di virtù come quelli, eminenti, di San Lorenzo e di Muzio Scevola.
L’argomentazione esauriente suscita in Dante profonda gratitudine, espressa con una raffinatezza di linguaggio che richiama la lirica d’amore medioevale (vv.118-123), arricchita da metafore non consuete (v.127: la mente che si acquieta nel vero “come fera in lustra”; vv.130-131: il nuovo dubbio come un pollone al piede di un albero; v.132: il procedere graduale verso la verità come un salire di colle in colle verso la cima). Un’ultima metafora (v.138: “statera” ossia bilancia, per indicare la giustizia divina) emerge nella formulazione dell’ultimo dubbio, che Dante questa volta esprime con le proprie parole anziché lasciare che sia Beatrice a intuirlo.

[/bibl] Paradiso – Canto quarto, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_quarto&oldid=40563939 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].

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