Canto XI Paradiso – (vv 1-139)
Testo del Canto XI del Paradiso (versi 1-139)
O insensata cura de’ mortali, quanto son difettivi silogismi quei che ti fanno in basso batter l’ali! 3 Chi dietro a iura e chi ad amforismi sen giva, e chi seguendo sacerdozio, e chi regnar per forza o per sofismi, 6 e chi rubare e chi civil negozio, chi nel diletto de la carne involto s’affaticava e chi si dava a l’ozio, 9 quando, da tutte queste cose sciolto, con Bëatrice m’era suso in cielo cotanto glorïosamente accolto. 12 Poi che ciascuno fu tornato ne lo punto del cerchio in che avanti s’era, fermossi, come a candellier candelo. 15 E io senti’ dentro a quella lumera che pria m’avea parlato, sorridendo incominciar, faccendosi più mera: 18 «Così com’ io del suo raggio resplendo, sì, riguardando ne la luce etterna, li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. 21 Tu dubbi, e hai voler che si ricerna in sì aperta e ’n sì distesa lingua lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, 24 ove dinanzi dissi: "U’ ben s’impingua", e là u’ dissi: "Non nacque il secondo"; e qui è uopo che ben si distingua. 27 La provedenza, che governa il mondo con quel consiglio nel quale ogne aspetto creato è vinto pria che vada al fondo, 30 però che andasse ver’ lo suo diletto la sposa di colui ch’ad alte grida disposò lei col sangue benedetto, 33 in sé sicura e anche a lui più fida, due principi ordinò in suo favore, che quinci e quindi le fosser per guida. 36 L’un fu tutto serafico in ardore; l’altro per sapïenza in terra fue di cherubica luce uno splendore. 39 De l’un dirò, però che d’amendue si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, perch’ ad un fine fur l’opere sue. 42 Intra Tupino e l'acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo, fertile costa d'alto monte pende, 45 onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole; e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo. 48 Di questa costa, là dov’ ella frange più sua rattezza, nacque al mondo un sole, come fa questo talvolta di Gange. 51 Però chi d’esso loco fa parole, non dica Ascesi, ché direbbe corto, ma Orïente, se proprio dir vuole. 54 Non era ancor molto lontan da l’orto, ch’el cominciò a far sentir la terra de la sua gran virtute alcun conforto; 57 ché per tal donna, giovinetto, in guerra del padre corse, a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra; 60 e dinanzi a la sua spirital corte et coram patre le si fece unito; poscia di dì in dì l’amò più forte. 63 Questa, privata del primo marito, millecent’ anni e più dispetta e scura fino a costui si stette sanza invito; 66 né valse udir che la trovò sicura con Amiclate, al suon de la sua voce, colui ch’a tutto ’l mondo fé paura; 69 né valse esser costante né feroce, sì che, dove Maria rimase giuso, ella con Cristo pianse in su la croce. 72 Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, Francesco e Povertà per questi amanti prendi oramai nel mio parlar diffuso. 75 La lor concordia e i lor lieti sembianti, amore e maraviglia e dolce sguardo facieno esser cagion di pensier santi; 78 tanto che ’l venerabile Bernardo si scalzò prima, e dietro a tanta pace corse e, correndo, li parve esser tardo. 81 Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro dietro a lo sposo, sì la sposa piace. 84 Indi sen va quel padre e quel maestro con la sua donna e con quella famiglia che già legava l’umile capestro. 87 Né li gravò viltà di cuor le ciglia per esser fi’ di Pietro Bernardone, né per parer dispetto a maraviglia; 90 ma regalmente sua dura intenzione ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe primo sigillo a sua religïone. 93 Poi che la gente poverella crebbe dietro a costui, la cui mirabil vita meglio in gloria del ciel si canterebbe, 96 di seconda corona redimita fu per Onorio da l’Etterno Spiro la santa voglia d’esto archimandrita. 99 E poi che, per la sete del martiro, ne la presenza del Soldan superba predicò Cristo e li altri che ’l seguiro, 102 e per trovare a conversione acerba troppo la gente e per non stare indarno, redissi al frutto de l’italica erba, 105 nel crudo sasso intra Tevero e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno. 108 Quando a colui ch’a tanto ben sortillo piacque di trarlo suso a la mercede ch’el meritò nel suo farsi pusillo, 111 a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, raccomandò la donna sua più cara, e comandò che l’amassero a fede; 114 e del suo grembo l’anima preclara mover si volle, tornando al suo regno, e al suo corpo non volle altra bara. 117 Pensa oramai qual fu colui che degno collega fu a mantener la barca di Pietro in alto mar per dritto segno; 120 e questo fu il nostro patrïarca; per che qual segue lui, com’ el comanda, discerner puoi che buone merce carca. 123 Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote che per diversi salti non si spanda; 126 e quanto le sue pecore remote e vagabunde più da esso vanno, più tornano a l’ovil di latte vòte. 129 Ben son di quelle che temono ’l danno e stringonsi al pastor; ma son sì poche, che le cappe fornisce poco panno. 132 Or, se le mie parole non son fioche, se la tua audïenza è stata attenta, se ciò ch’è detto a la mente revoche, 135 in parte fia la tua voglia contenta, perché vedrai la pianta onde si scheggia, e vedra’ il corrègger che argomenta 138 "U’ ben s’impingua, se non si vaneggia"».
Temi e Contenuti
- Dubbi di Dante – vv. 13-27 (a veder tanto non surse il secondo: U’ ben s’impingua se non si vaneggia)
- Elogio di san Francesco – vv. 28-117
- Decadenza dell’ordine domenicano – vv. 118-139
Riassunto del canto
(vv 1-12)
Ripensando all’emozione indescrivibile provata nel cielo del Sole, Dante condanna coloro che si affannano per le cose terrene e caduche, dimenticandosi di pensare all’eterna gioia celeste.
(vv 13-27)
La corona dei beati spiriti, dopo aver compiuto nuovamente un giro di danza, si ferma. San Tommaso, la cui luce risplende ancora di più, scorge in Dante due dubbi: il primo deriva dalla frase “..u’ ben s’impingua, se non si vaneggia..” (canto X, v.96). Egli spiega che Dio, per il bene della Chiesa, dispose due guide che conducessero questa verso il bene, San Francesco e San Domenico, i fondatori dei due grandi ordini mendicanti del XII secolo, allo scopo di contrastare la corruzione morale della Chiesa.
(vv 28-42)
Dante qui loda, per bocca del domenicano Tommaso d’Aquino, S. Francesco. (Nel prossimo canto invece loderà S.Domenico per bocca del francescano Bonaventura.)
(vv 43-117)
S.Tommaso espone le virtù e l’opera di S.Francesco. Ricorda dapprima la rinuncia di Francesco ai beni terreni per abbracciare l’assoluta povertà e i suoi primi seguaci, tra cui Bernardo di Quintavalle. A Roma il frate ottiene l’approvazione dell’ordine prima da Innocenzo III e poi da Onorio III. Recatosi in Siria, cerca invano di diffondere in quelle terre il cristianesimo e, dopo aver fallito questo tentativo, torna in Italia. Qui, sul monte della Verna, riceve due anni prima della morte le sacre stimmate.
(vv 118-139)
Dopo aver ricordato la mirabile vita del santo di Assisi, Tommaso elogia anche San Domenico, giudicandolo degno successore di Francesco. I Domenicani del tempo di Dante, tuttavia, hanno perso lo spirito che animava il fondatore dell’ordine. Ecco il significato della frase su cui Dante era rimasto in dubbio: i domenicani sono come pecore che ingrassano (s’impingua) solo quando non si allontanano dalla regola del fondatore per cercare “pascoli” strani (si vaneggia).
[/bibl] Paradiso – Canto undicesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_undicesimo&oldid=41299743 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].