Canto VII Paradiso – (vv 1-148)
Testo del Canto VII del Paradiso (versi 1-148)
«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!». 3 Così, volgendosi a la nota sua, fu viso a me cantare essa sustanza, sopra la qual doppio lume s’addua; 6 ed essa e l’altre mossero a sua danza, e quasi velocissime faville mi si velar di sùbita distanza. 9 Io dubitava e dicea ’Dille, dille!’ fra me, ’dille’ dicea, ’a la mia donna che mi diseta con le dolci stille’. 12 Ma quella reverenza che s’indonna di tutto me, pur per Be e per ice, mi richinava come l’uom ch’assonna. 15 Poco sofferse me cotal Beatrice e cominciò, raggiandomi d’un riso tal, che nel foco faria l’uom felice: 18 «Secondo mio infallibile avviso, come giusta vendetta giustamente punita fosse, t’ha in pensier miso; 21 ma io ti solverò tosto la mente; e tu ascolta, ché le mie parole di gran sentenza ti faran presente. 24 Per non soffrire a la virtù che vole freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, dannando sé, dannò tutta sua prole; 27 onde l’umana specie inferma giacque giù per secoli molti in grande errore, fin ch’al Verbo di Dio discender piacque 30 u’ la natura, che dal suo fattore s’era allungata, unì a sé in persona con l’atto sol del suo etterno amore. 33 Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona; 36 ma per sé stessa pur fu ella sbandita di paradiso, però che si torse da via di verità e da sua vita. 39 La pena dunque che la croce porse s’a la natura assunta si misura, nulla già mai sì giustamente morse; 42 e così nulla fu di tanta ingiura, guardando a la persona che sofferse, in che era contratta tal natura. 45 Però d’un atto uscir cose diverse: ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. 48 Non ti dee oramai parer più forte, quando si dice che giusta vendetta poscia vengiata fu da giusta corte. 51 Ma io veggi’ or la tua mente ristretta di pensiero in pensier dentro ad un nodo, del qual con gran disio solver s’aspetta. 54 Tu dici: "Ben discerno ciò ch’i’ odo; ma perché Dio volesse, m’è occulto, a nostra redenzion pur questo modo". 57 Questo decreto, frate, sta sepulto a li occhi di ciascuno il cui ingegno ne la fiamma d’amor non è adulto. 60 Veramente, però ch’a questo segno molto si mira e poco si discerne, dirò perché tal modo fu più degno. 63 La divina bontà, che da sé sperne ogne livore, ardendo in sé, sfavilla sì che dispiega le bellezze etterne. 66 Ciò che da lei sanza mezzo distilla non ha poi fine, perché non si move la sua imprenta quand’ ella sigilla. 69 Ciò che da essa sanza mezzo piove libero è tutto, perché non soggiace a la virtute de le cose nove. 72 Più l’è conforme, e però più le piace; ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, ne la più somigliante è più vivace. 75 Di tutte queste dote s’avvantaggia l’umana creatura, e s’una manca, di sua nobilità convien che caggia. 78 Solo il peccato è quel che la disfranca e falla dissimìle al sommo bene, per che del lume suo poco s’imbianca; 81 e in sua dignità mai non rivene, se non rïempie, dove colpa vòta, contra mal dilettar con giuste pene. 84 Vostra natura, quando peccò tota nel seme suo, da queste dignitadi, come di paradiso, fu remota; 87 né ricovrar potiensi, se tu badi ben sottilmente, per alcuna via, sanza passar per un di questi guadi: 90 o che Dio solo per sua cortesia dimesso avesse, o che l’uom per sé isso avesse sodisfatto a sua follia. 93 Ficca mo l’occhio per entro l’abisso de l’etterno consiglio, quanto puoi al mio parlar distrettamente fisso. 96 Non potea l’uomo ne’ termini suoi mai sodisfar, per non potere ir giuso con umiltate obedïendo poi, 99 quanto disobediendo intese ir suso; e questa è la cagion per che l’uom fue da poter sodisfar per sé dischiuso. 102 Dunque a Dio convenia con le vie sue riparar l’omo a sua intera vita, dico con l’una, o ver con amendue. 105 Ma perché l’ovra tanto è più gradita da l’operante, quanto più appresenta de la bontà del core ond’ ell’ è uscita, 108 la divina bontà che ’l mondo imprenta, di proceder per tutte le sue vie, a rilevarvi suso, fu contenta. 111 Né tra l’ultima notte e ’l primo die sì alto o sì magnifico processo, o per l’una o per l’altra, fu o fie: 114 ché più largo fu Dio a dar sé stesso per far l’uom sufficiente a rilevarsi, che s’elli avesse sol da sé dimesso; 117 e tutti li altri modi erano scarsi a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio non fosse umilïato ad incarnarsi. 120 Or per empierti bene ogne disio, ritorno a dichiararti in alcun loco, perché tu veggi lì così com’ io. 123 Tu dici: "Io veggio l’acqua, io veggio il foco, l’aere e la terra e tutte lor misture venire a corruzione, e durar poco; 126 e queste cose pur furon creature; per che, se ciò ch’è detto è stato vero, esser dovrien da corruzion sicure". 129 Li angeli, frate, e ’l paese sincero nel qual tu se’, dir si posson creati, sì come sono, in loro essere intero; 132 ma li alimenti che tu hai nomati e quelle cose che di lor si fanno da creata virtù sono informati. 135 Creata fu la materia ch’elli hanno; creata fu la virtù informante in queste stelle che ’ntorno a lor vanno. 138 L’anima d’ogne bruto e de le piante di complession potenzïata tira lo raggio e ’l moto de le luci sante; 141 ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disira. 144 E quinci puoi argomentare ancora vostra resurrezion, se tu ripensi come l’umana carne fessi allora 147 che li primi parenti intrambo fensi».
Dubbio di Dante – versi 1-24
Giustiniano, terminato il discorso, intona una lode al Dio degli eserciti e, insieme agli altri beati, si allontana velocissimo.
Dante è tormentato da un dubbio che non osa rivelare a Beatrice; si esorta ripetutamente a farlo (“Dille, dille!”) ma per la reverenza che lo domina non si decide a parlare. Beatrice ha intuito la domanda del poeta, ovvero come possa essere stata giusta la punizione (distruzione di Gerusalemme) di un atto giusto (la passione e morte del redentore), (vv. 92-93) del canto precedente, e inizia a spiegare promettendo che scioglierà ogni dubbio.
Dottrina dell’Incarnazione e della Passione – vv. 25-120
Beatrice esordisce ricordando che Adamo condannò col suo peccato non solo se stesso ma tutta la sua discendenza, ovvero l’umanità, che rimase sotto il peso del peccato finché il Verbo divino ossia la seconda persona della Trinità discese nella natura umana, congiungendo in una sola persona (Gesù Cristo) natura umana e natura divina. La natura umana era in origine buona ma aveva abbandonato la via del bene da quando col peccato si era esclusa dalla perfezione del Paradiso terrestre. Se dunque si considera in relazione alla gravità del peccato compiuto dalla natura umana, la pena della croce fu assolutamente giusta; se tale pena si considera in relazione alla persona divina (Gesù) cui fu inflitta, nessun atto mai fu altrettanto ingiusto. Accadde dunque che un unico atto ebbe doppia valenza: soddisfece sia Dio sia i Giudei. A questo punto Dante non deve più trovare incomprensibili le parole di Giustiniano. Può tuttavia nascere in lui (Beatrice lo intuisce) un dubbio ulteriore: come mai Dio volle che la redenzione dell’umanità avvenisse in questo modo? È possibile la comprensione solo a chi ha mente matura e fede ardente; altrimenti la speculazione risulta più che altro fonte di confusione.
Beatrice espone con ampiezza i modi in cui la “divina bontà” imprime nelle creature i propri doni (immortalità, libertà, somiglianza con Dio) tanto più quanto più la creatura è simile a Dio (intelligenze angeliche, anima razionale dell’uomo). Se la creatura con il peccato perde questa dignità originale, non può più ricuperarla a meno che non compensi la colpa con pene proporzionali. La natura umana, col peccato di Adamo, peccò tutta quanta e aveva solo due modi per recuperare la condizione perduta: o un atto di pura clemenza di Dio; o un debito risarcimento da parte dell’uomo.
Fissati questi due punti, Beatrice sviluppa la sua argomentazione, dimostrando in primo luogo che l’uomo non avrebbe mai potuto risarcire il peccato di Adamo facendosi tanto umile quanto smisuratamente superbo era stato il progenitore. Era dunque necessario un intervento di Dio con “le vie sue” (v. 103). E per meglio manifestare la propria bontà, volle adottare per redimere l’uomo sia la pietà sia la giustizia. La generosità di Dio nel donare se stesso (in persona di Cristo) fu maggiore che se egli avesse semplicemente perdonato l’uomo; e nessun altro modo per redimerlo sarebbe stato giusto (ovvero proporzionato alla colpa) se lo stesso figlio di Dio non si fosse umiliato.
Corollari dottrinali – vv. 121-148
Il canto si chiude con una spiegazione di Beatrice sulla corruttibilità degli elementi generati da cause seconde e l’incorruttibilità di ciò che è creato direttamente da Dio. L’anima vegetativa e animale, principio vitale degli esseri viventi, è frutto della combinazione dei quattro elementi e non è quindi direttamente creata da Dio. Ciò che deriva direttamente da Dio, come l’anima razionale dell’uomo, è eterno, poiché quando è creato conserva l’impronta della mano divina: da qui si deduce anche la verità sulla resurrezione dei corpi, considerando che il corpo umano fu creato direttamente da Dio.
[/bibl] Paradiso – Canto settimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_settimo&oldid=41492713 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].