Canto IV Purgatorio – (vv 97-139) – Belacqua
Testo e commento del Canto IV del Purgatorio (versi 97-139)- Belacqua
E com’elli ebbe sua parola detta, una voce di presso sonò: "Forse che di sedere in pria avrai distretta!". 99 Al suon di lei ciascun di noi si torse, e vedemmo a mancina un gran petrone, del qual né io né ei prima s’accorse. 102 Là ci traemmo; e ivi eran persone che si stavano a l’ombra dietro al sasso come l’uom per negghienza a star si pone. 105 E un di lor, che mi sembiava lasso, sedeva e abbracciava le ginocchia, tenendo ’l viso giù tra esse basso. 108 "O dolce segnor mio", diss’io, "adocchia colui che mostra sé più negligente che se pigrizia fosse sua serocchia". 111 Allor si volse a noi e puose mente, movendo ’l viso pur su per la coscia, e disse: "Or va tu sù, che se’ valente!". 114 Conobbi allor chi era, e quella angoscia che m’avacciava un poco ancor la lena, non m’impedì l’andare a lui; e poscia 117 ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, dicendo: "Hai ben veduto come ’l sole da l’omero sinistro il carro mena?". 120 Li atti suoi pigri e le corte parole mosser le labbra mie un poco a riso; poi cominciai: "Belacqua, a me non dole 123 di te omai; ma dimmi: perché assiso quiritto se’ ? attendi tu iscorta, o pur lo modo usato t’ ha’ ripriso?". 126 Ed elli: "O frate, andar in sù che porta? ché non mi lascerebbe ire a’ martìri l’angel di Dio che siede in su la porta. 129 Prima convien che tanto il ciel m’aggiri di fuor da essa, quanto fece in vita, perch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri, 132 se orazïone in prima non m’aita che surga sù di cuor che in grazia viva; l’altra che val, che ’n ciel non è udita?". 135 E già il poeta innanzi mi saliva, e dicea: "Vienne omai; vedi ch’è tocco meridïan dal sole, e a la riva 138 cuopre la notte già col piè Morrocco". Più non rispondo, e questo so per vero". 96
Una voce interviene a chiosare ironicamente la spiegazione della guida di Dante: “Ma, forse, sentirai bisogno di riposarti ben prima di quel momento!” Nascoste da un enorme masso, sulla sinistra, si trovano le anime dei negligenti, che ora aspettano di accedere al Purgatorio scontando il loro pentimento colpevolmente tardivo. Quello che aveva gridato se ne sta con la testa sulle ginocchia, punzecchiando con corte parole il nuovo arrivato e la sua foga di salire; gli chiede con divertita pigrizia se “hai ben veduto come ‘l sole/ da l’omero sinistro il carro mena?”. Il poeta, riconosciutolo come Belacqua, sorridendo nota come l’amico perso sia stato ritrovato nell’aldilà senza che neppure un poco dei suoi vizi si fosse diradato. Il canto si conclude con la spiegazione dell’anima: inutile affannarsi, già è deciso che avrebbe dovuto aspettare lì tanti anni quanti quelli della sua vita (a meno che qualche anima pia non avesse pregato per lui, abbreviandone l’attesa). Spinto da Virgilio, Dante riprende quindi la dura ascesa.
Analisi del canto
In questo canto viene delineandosi il compito di Dante come pellegrino, chiamato alla dura fatica (fisica, e metaforicamente anche spirituale) della scalata del Purgatorio; l’espiazione è un cammino lungo e faticoso, specialmente nelle sue fasi iniziali. Il personaggio di Belacqua è dunque adoperato dal poeta come avvertimento: scoraggiarsi di fronte all’enorme salita, evitando l’impegno con essa e tardando con frequenti pause e ripensamenti, è grave colpa e sintomo di un animo indisposto alla fatica. Una colpa della quale Dante non si sente macchiato; sostenuto dalle esortazioni di Virgilio, riesce a guadagnare l’obiettivo fissato (il balzo sopra di sé) senza fermarsi e senza tentare di mutare strada, trovando persino la forza di affrontare una difficile spiegazione squisitamente scolastica (segno di un intelletto ancor più infaticabile).
In quest’ottica, l’incontro con Belacqua, liutaio fiorentino, rappresenta un intermezzo niente affatto fine a se stesso: esso si colloca all’estremo opposto della sollecitudine idealistica di Virgilio (del resto, lui il corpo non ce l’ha…), al quale l’anima rivolge uno sfottò tutto sommato bonario ma non infondato. Il vate ha già dimostrato durante l’episodio di Casella di non essere privo di difetti, ed ora il suo desiderio di guadagnare la cima senza sostare neppure un secondo (forse dettato dalla vergogna non ancora superata?) non poteva non apparire un po’ ridicolo a chi, di contro, aveva passato l’intera vita badando a non affaticarsi mai troppo.
Ma agli occhi di Dante è evidente quale sia fra i due l’eccesso da evitare; egli infatti risponde a tono agli scherzi dell’amico, rinfacciandone la pigrizia e facendone emergere il suo status di purgante, sottolineandone il vizio che gli nega l’accesso alla via della salvezza (ed è curioso il contrappasso dal quale la sua schiera è colpita: l’attesa, dolce e quieta compagna di vita, ora che la via è chiaramente indirizzata al bene supremo pur essendo la stessa di sempre non è che una sorta di statica detenzione). La morale è chiara: Virgilio, sempre rispettatissimo, continuerà a guidare con sollecitudine l’ascesa; la strada va ripresa, e la negligenza accantonata, in nome di una felicità assoluta ancora molto lontana dal venire.
[/bibl] Purgatorio – Canto quarto, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_quarto&oldid=44382042 (in data 20 novembre 2011).[/bibl].