Canto V Inferno – (vv 73-142) – Paolo e Francesca

Testo e commento del Canto V dell’Inferno (versi 73-142) – Paolo e Francesca

I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri". 75

Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno". 78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!". 81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate; 84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido. 87

"O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso. 93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui. 99

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte. 108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?". 111

Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!". 114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?". 120

E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. 123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice. 126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante". 138

Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse. 141

E caddi come corpo morto cade.


L’attenzione di Dante viene attirata da due anime che al contrario delle altre volano unite l’una all’altra e sembrano leggère nel vento, quindi chiede a Virgilio di poter parlare con loro, che acconsente a chieder loro di fermarsi quando il vento le porterà più vicine.
Dante allora si rivolge a loro: “O anime affannate, / venite a noi parlar, s’altri (cioè Dio) nol niega!”. Allora esse uscirono dalla schiera dei morti per amore (dov’era Didone) come le colombe che si alzano insieme per volare al nido.
Le anime giungono così dal cielo infernale, grazie alla richiesta pietosa del Poeta. Parla la donna: (parafrasi) “Oh persona gentile e buona che visiti nell’oscuro inferno le anime di noi che tingemmo la terra di rosso sangue, se Dio fosse nostro amico, noi lo pregheremmo raccomandandoti a lui, perché hai avuto pietà di noi peccatori perversi. Dicci cosa vuoi sapere e noi parleremo con te, finché il vento ci fa qui riposare. La città dove nacqui si trova dove il Po trova la pace, sfociando nel mare coi suoi affluenti (Ravenna). L’amore che attecchisce velocemente nei cuori gentili [1] fece invaghire lui (Paolo) della mia bella presenza, che oggi non ho più; il modo mi offende ancora” (verso ambiguo: Francesca intendeva che è ancora soggiogata dall’intensità (dal modo) dell’amore di Paolo, oppure che il modo in cui le fu tolta la sua bella persona (cioè il suo corpo) la urta ancora, alludendo all’omicidio? Per parallelismo con la terzina successiva in genere si preferisce la prima interpretazione): “Amor, che a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte…”. Dunque, l’amore non esonera nessuna persona amata dall’amare a sua volta. Dante qui richiama esplicitamente la teologia cristiana secondo la quale tutto l’amore che ciascuno dona agli altri, tornerà indietro parimenti, anche se non nello stesso tempo o forma. Infine Francesca rappresenta un’eroina romantica, infatti in lei abbiamo la contraddizione tra ideale e realtà: lei realizza il suo sogno, ma riceve la massima punizione[2].
Queste furono le parole che essi dissero (sebbene parli solo Francesca). Dante china il viso pensoso, finché Virgilio lo sprona chiedendogli “A che pensi?”
Dante non dà una vera e propria risposta ma sembra proseguire ad alta voce i pensieri: (parafrasi) “Che bei pensieri amorosi, quanto desiderio reciproco portò queste anime alla dannazione!”. Poi, rivolgendosi di nuovo a loro: “Francesca[3], le tue pene mi fanno diventare triste e pio, al punto di aver voglia di piangere. Ma dimmi, con quali fatti e come avete fatto a passare dai dolci sospiri alla passione, che porta tanti dubbi di essere corrisposti.”
Ed essa rispose: (parafrasi) “Niente è peggiore per me che ricordare i tempi felici ora che sono in questa misera condizione, e lo sa bene il tuo dottore [4]. Ma se proprio vuoi sapere l’origine del nostro amore, ti racconterò tra le lacrime (“come colui che piange e dice”). Un giorno stavamo leggendo per passatempo dell’amore di Lancillotto. Eravamo soli e non sospettavamo niente. Più volte quella lettura ci spinse a guardarci e ci fece sbiancare… ma fu in un punto preciso che vinse la nostra volontà: quando leggemmo il bacio tra Lancillotto e Ginevra, Paolo, che da me non verrà mai diviso, la bocca mi baciò tutto tremante. Galeotto [5] fu ‘l libro e chi lo scrisse: quel giorno non andammo più avanti nella lettura.”
Mentre uno spirito diceva questo, l’altro piangeva in modo talmente pietoso, che mi sentii morire e caddi per terra come cade un corpo morto.
Questi due sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Polenta che furono travolti dalla passione e che vennero sorpresi da Gianciotto Malatesta, rispettivamente fratello e marito dei due, e trucidati.
Francesca commossa dalla pietà mostrata da Dante gli racconta di quella passione così forte che li ha uniti sia nella vita che nella morte e del momento in cui i due si resero conto del loro amore reciproco, e durante tutto il racconto Paolo singhiozza. Dante infine vinto dall’emozione perde i sensi e cade a terra.
I versi 100-105 (“Amor che al cor gentil ratto s’apprende [...] Amor che a nullo amato amar perdona”) sono un riferimento evidente ai princìpi dell’amore cortese che Dante condanna in base alla morale cristiana. Il critico Umberto Bosco scrive[6]: “Già i primi lettori scorsero nell’episodio una condanna delle letture dei romanzi cortesi; ma essi si basavano sul fatto specifico che, secondo il racconto di Dante, i due cognati furono indotti al peccato dalla lettura di uno di quei romanzi. In verità la condanna di Dante va ben oltre: implica il ripensamento di quell’idealizzazione e giustificazione dell’amore che era propria di tutta la tradizione letteraria anteriore a lui, dai romanzi cortesi alla letteratura trovadorica sino alla stilnovistica, della quale Dante stesso era stato partecipe”.
Punti notevoli
Francesco Scaramuzza, …La bocca mi baciò tutto tremante, 1859
L’incontro con Paolo e Francesca è il primo di tutto il poema nel quale Dante parli con un dannato vero e proprio (escludendo infatti i poeti del Limbo). Inoltre per la prima volta in assoluto viene ricordato un personaggio contemporaneo, conformemente al principio che Dante stesso ricorderà in Pd XXVII di ricordare di preferenza le anime di fama note perché più persuasive per il lettore dell’epoca (fatto senza precedenti nella poesia impegnata e per molto tempo senza seguito, come ebbe modo di far notare Ugo Foscolo).
Paolo e Francesca si trovano nella schiera dei “morti per amore”, e il loro avvicinarsi è descritto da ben tre similitudini che richiamano il volo degli uccelli, riprese in parte dall’Eneide.
Tutto l’episodio ha come motivo conduttore quello della pietà: la pietà affettuosa percepita dai due dannati quando vengono chiamati (tanto da far dire a Francesca un paradossale desiderio di pregare per lui, detto da un’anima infernale), oppure la pietà che traspare dalla meditazione che Dante ha dopo la prima confessione di Francesca, quando resta in silenzio, infine il culmine finale quando il poeta cade svenuto (di pietade / io venni men così com’io morisse).
Per questo Dante è molto indulgente nella rappresentazione dei due amanti: non vengono descritti con severità intransigente o sprezzante (per esempio come è descritta freddamente poco prima Semiramide), ma il poeta mette alcune scusanti al loro peccato, sia pure solo sul piano umano (non mette in dubbio per esempio la gravità del peccato, essendo ferme e convinte le sue convinzioni religiose). Francesca appare così una creatura gentile intesa come di metodi cortesi cioè di corte.

[bibl]Inferno – Canto quinto, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_quinto&oldid=44560211 (in data 7 novembre 2011).[/bibl]


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