Canto V Paradiso – (vv 1-139)
Testo del Canto V del Paradiso (versi 1-139)
"S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore di là dal modo che ’n terra si vede, sì che del viso tuo vinco il valore, 3 non ti maravigliar, ché ciò procede da perfetto veder, che, come apprende, così nel bene appreso move il piede. 6 Io veggio ben sì come già resplende ne l’intelletto tuo l’etterna luce, che, vista, sola e sempre amore accende; 9 e s’altra cosa vostro amor seduce, non è se non di quella alcun vestigio, mal conosciuto, che quivi traluce. 12 Tu vuo’ saper se con altro servigio, per manco voto, si può render tanto che l’anima sicuri di letigio". 15 Sì cominciò Beatrice questo canto; e sì com’uom che suo parlar non spezza, continüò così ’l processo santo: 18 "Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e a la sua bontate più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, 21 fu de la volontà la libertate; di che le creature intelligenti, e tutte e sole, fuoro e son dotate. 24 Or ti parrà, se tu quinci argomenti, l’alto valor del voto, s’è sì fatto che Dio consenta quando tu consenti; 27 ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, vittima fassi di questo tesoro, tal quale io dico; e fassi col suo atto. 30 Dunque che render puossi per ristoro? Se credi bene usar quel c’ hai offerto, di maltolletto vuo’ far buon lavoro. 33 Tu se’ omai del maggior punto certo; ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, che par contra lo ver ch’i’ t’ ho scoverto, 36 convienti ancor sedere un poco a mensa, però che ’l cibo rigido c’ hai preso, richiede ancora aiuto a tua dispensa. 39 Apri la mente a quel ch'io ti paleso e fermalvi entro; ché non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso. 42 Due cose si convegnono a l’essenza di questo sacrificio: l’una è quella di che si fa; l’altr’è la convenenza. 45 Quest’ultima già mai non si cancella se non servata; e intorno di lei sì preciso di sopra si favella: 48 però necessitato fu a li Ebrei pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta si permutasse, come saver dei. 51 L’altra, che per materia t’è aperta, puote ben esser tal, che non si falla se con altra materia si converta. 54 Ma non trasmuti carco a la sua spalla per suo arbitrio alcun, sanza la volta e de la chiave bianca e de la gialla; 57 e ogne permutanza credi stolta, se la cosa dimessa in la sorpresa come ’l quattro nel sei non è raccolta. 60 Però qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne bilancia, sodisfar non si può con altra spesa. 63 Non prendan li mortali il voto a ciancia; siate fedeli, e a ciò far non bieci, come Ieptè a la sua prima mancia; 66 cui più si convenia dicer ’Mal feci’, che, servando, far peggio; e così stolto ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, 69 onde pianse Efigènia il suo bel volto, e fé pianger di sé i folli e i savi ch’udir parlar di così fatto cólto. 72 Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: non siate come penna ad ogne vento, e non crediate ch'ogne acqua vi lavi. 75 Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. 78 Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! 81 Non fate com’agnel che lascia il latte de la sua madre, e semplice e lascivo seco medesmo a suo piacer combatte!". 84 Così Beatrice a me com’ïo scrivo; poi si rivolse tutta disïante a quella parte ove ’l mondo è più vivo. 87 Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante puoser silenzio al mio cupido ingegno, che già nuove questioni avea davante; 90 e sì come saetta che nel segno percuote pria che sia la corda queta, così corremmo nel secondo regno. 93 Quivi la donna mia vid’io sì lieta, come nel lume di quel ciel si mise, che più lucente se ne fé ’l pianeta. 96 E se la stella si cambiò e rise, qual mi fec’io che pur da mia natura trasmutabile son per tutte guise! 99 Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura traggonsi i pesci a ciò che vien di fori per modo che lo stimin lor pastura, 102 sì vid’io ben più di mille splendori trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: "Ecco chi crescerà li nostri amori". 105 E sì come ciascuno a noi venìa, vedeasi l’ombra piena di letizia nel folgór chiaro che di lei uscia. 108 Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia non procedesse, come tu avresti di più savere angosciosa carizia; 111 e per te vederai come da questi m’era in disio d’udir lor condizioni, sì come a li occhi mi fur manifesti. 114 "O bene nato a cui veder li troni del trïunfo etternal concede grazia prima che la milizia s’abbandoni, 117 del lume che per tutto il ciel si spazia noi semo accesi; e però, se disii di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia". 120 Così da un di quelli spirti pii detto mi fu; e da Beatrice: "Dì, dì sicuramente, e credi come a dii". 123 "Io veggio ben sì come tu t’annidi nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, perch’e’ corusca sì come tu ridi; 126 ma non so chi tu se’, né perché aggi, anima degna, il grado de la spera che si vela a’ mortai con altrui raggi". 129 Questo diss’io diritto a la lumera che pria m’avea parlato; ond’ella fessi lucente più assai di quel ch’ell’era. 132 Sì come il sol che si cela elli stessi per troppa luce, come ’l caldo ha róse le temperanze d’i vapori spessi, 135 per più letizia sì mi si nascose dentro al suo raggio la figura santa; e così chiusa chiusa mi rispuose 138 nel modo che ’l seguente canto canta.
La dottrina del voto – vv. 1-63
Prima di chiarire il dubbio di Dante emerso nel precedente canto, Beatrice spiega perché lei gli appaia così luminosa da abbagliarlo, e si compiace con il suo intelletto, il quale già accoglie l’eterna luce (ovvero il bene e la verità eterni). Inizialmente dimostra l’aspetto sacrale del voto, essendo questo un patto tra l’uomo e Dio (v.28): con esso, infatti, l’uomo fa sacrificio a Dio del dono più grande ricevuto dal suo Creatore, e non concesso alle altre creature, il libero arbitrio (vv. 19-24). Non può, dunque, usare nuovamente la libertà che egli ha sacrificato a Dio con un atto volontario.
Nonostante ciò, la Chiesa concede dispense dai voti. Beatrice distingue allora nel voto i due elementi essenziali: la materia del voto (castità, povertà…) e la convenienza (il patto con Dio). La materia può essere mutata, ma solamente col permesso della Chiesa e solo se la nuova offerta è superiore per valore alla prima. Non è possibile cancellare il patto se non quando il voto è stato adempiuto completamente.
Ammonimento ai cristiani – vv. 64-84
Da qui consegue che i cristiani non devono considerare con leggerezza i voti che non possono mantenere. Beatrice conclude con una vibrante esortazione a tenere un comportamento più cauto e a seguire da presso gli insegnamenti delle Scritture e il magistero della Chiesa, per non rischiare di farsi deridere come “pecore matte” dagli Ebrei.
Ascesa al cielo di Mercurio – vv. 85-99
Beatrice e Dante salgono poi al secondo cielo, quello di Mercurio, in cui si trovano le anime di coloro che in vita operarono il bene per conseguire onore e gloria. Il passaggio al cielo di Mercurio è manifestato dal «trasmutar sembiante» di Beatrice (v.88): nel suo volto sempre più radioso, Dante può notare il proprio avanzamento nel cammino che lo porta alla conquista della verità eterna.
Apparizione di una schiera di beati – vv. 100-139
In Mercurio appare una schiera foltissima di spiriti e Dante desidera sapere chi siano. Uno tra questi si rivolge al Poeta dichiarandosi pronto a soddisfare, in nome della carità, ogni sua domanda. Dante chiede di poter conoscere il suo nome e il motivo per il quale sia lì. Nel prossimo canto l’anima in questione (che si scoprirà essere quella di Giustiniano) risponderà alle sue domande, e già col rivestirsi interamente di luce mostra la gioia di poter soddisfare la richiesta.
Analisi
Il canto è occupato per più della metà dalla risposta al dubbio espresso da Dante alla fine del canto precedente sulla possibilità di riparare ad una inadempienza di voto con qualche altra buona opera. Il canto quinto si apre direttamente con le parole di Beatrice, che spiega come la luce sfolgorante del suo sguardo sia frutto e immagine dell’ardente spirito di carità che la anima. (Il tema della luce e del suo significato spirituale è ricorrente). Ella affronta quindi il problema del voto, mettendo in primo piano il valore della libertà come il maggior dono fatto da Dio all’uomo. Se il patto liberamente contratto con Dio al momento del voto viene infranto, non c’è cosa che possa sostituirlo: sarebbe come far buon uso di “maltolletto” ovvero maltolto, frutto di rapina.
Esiste tuttavia la possibilità che la Chiesa conceda una dispensa dal voto. Beatrice spiega che il sacrificio di un proprio bene, liberamente assunto e offerto a Dio (la forma del voto), non può in alcun modo essere cancellato. La materia del voto, invece, può essere sostituita ma a precise condizioni e con il consenso della Chiesa, simboleggiata dalle chiavi d’argento (assoluzione) e d’oro (giudizio). Il pronunciare un voto, commenta Beatrice, è dunque un atto di grande serietà che non dev’essere compiuto con leggerezza (come fecero Iefte e Agamennone. I cristiani devono essere prudenti e prendere con ponderazione decisioni impegnative; del resto hanno già la guida delle Sacre Scritture e del magistero ecclesiastico.
Dopo questo ampio sviluppo dottrinale, che conclude il tema nato nel terzo canto, riprende la narrazione del viaggio celeste con il velocissimo passaggio dal cielo della Luna a quello di Mercurio. Beatrice si riveste di ancora maggiore luminosità al punto che il pianeta stesso ne risplende ulteriormente (v.97: “la stella si cambiò e rise”). Appaiono ora come “splendori” innumerevoli anime, che si avvicinano al pellegrino liete di poter manifestare a lui la propria carità, così come i pesci in acque limpide accorrono verso ciò che ritengono possa nutrirli. Dante, già desideroso di parlare con loro, riceve da una di quelle anime un saluto che lo incoraggia a parlare, e risponde ponendo la domanda sull’identità e la condizione che rinnova ad ogni incontro con gli spiriti dei vari cieli. L’anima accentua la sua luce in segno di gioia, al punto tale che le fattezze umane vengono nascoste, e “chiusa chiusa” (v.138) inizia a rispondere. La risposta però apre il canto seguente.
La prima parte del canto, dunque, esprime con la severità delle parole di Beatrice un deciso appello al rigore morale e spirituale, in cui è possibile riconoscere la posizione di Dante, che non esita a confutare la stessa affermazione di Tommaso d’Aquino che possa darsi una dispensa totale dal voto. Evidente anche la critica alla gerarchia ecclesiastica, che lucra denaro o beni materiali (v.79) mediante la pratica del condono dei voti. La durezza del giudizio è sottolineata dal linguaggio “comico” (in senso medioevale, ovvero di registro basso) nei vv.79-84.
Ai toni polemici fanno seguito il silenzio e la trasmutazione di Beatrice. Sono il segno del passaggio al cielo di Mercurio, la cui velocità è sottolineata dalla similitudine con una freccia che tocca il bersaglio prima che la corda dell’arco abbia finito di vibrare (vv.91-93). Dopo un passaggio descrittivo sullo splendore di Beatrice che si riverbera in quello della stella, una nuova similitudine, anch’essa di ambito quotidiano (vv.100-104), introduce l’incontro con le anime, e ben presto una voce invita Dante a parlare. Qui Dante poeta interrompe la narrazione rivolgendosi al lettore: se il racconto del poema finisse qui, la delusione del lettore sarebbe simile a quella che avrebbe provato Dante pellegrino se non si fosse rivelata l’identità delle anime. L’appello al lettore ha l’effetto di richiamare l’attenzione su qualcosa di particolarmente importante che sta per avvenire. La delusione infatti non c’è, perché le terzine conclusive danno l’avvio ad un colloquio illuminante che occuperà tutto il canto seguente. Il canto quinto si conclude in questa attesa, sottolineata dall’allitterazione e iterazione “nel modo che ‘l seguente canto canta”.
[/bibl] Paradiso – Canto quinto, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_quinto&oldid=40480765 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].