Canto XXI Purgatorio – (vv 1-136)
Testo del Canto XXI del Purgatorio (versi 1-136)
La sete natural che mai non sazia se non con l’acqua onde la femminetta samaritana domandò la grazia, 3 mi travagliava, e pungeami la fretta per la ’mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta. 6 Ed ecco, sì come ne scrive Luca che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, già surto fuor de la sepulcral buca, 9 ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, dal piè guardando la turba che giace; né ci addemmo di lei, sì parlò pria, 12 dicendo: "O frati miei, Dio vi dea pace". Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. 15 Poi cominciò: "Nel beato concilio ti ponga in pace la verace corte che me rilega ne l’etterno essilio". 18 "Come!", diss’elli, e parte andavam forte: "se voi siete ombre che Dio sù non degni, chi v’ ha per la sua scala tanto scorte?". 21 E ’l dottor mio: "Se tu riguardi a’ segni che questi porta e che l’angel profila, ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. 24 Ma perché lei che dì e notte fila non li avea tratta ancora la conocchia che Cloto impone a ciascuno e compila, 27 l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, venendo sù, non potea venir sola, però ch’al nostro modo non adocchia. 30 Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola d’inferno per mostrarli, e mosterrolli oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. 33 Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una parve gridare infino a’ suoi piè molli". 36 Sì mi diè, dimandando, per la cruna del mio disio, che pur con la speranza si fece la mia sete men digiuna. 39 Quei cominciò: "Cosa non è che sanza ordine senta la religïone de la montagna, o che sia fuor d’usanza. 42 Libero è qui da ogne alterazione: di quel che ’l ciel da sé in sé riceve esser ci puote, e non d’altro, cagione. 45 Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina più sù cade che la scaletta di tre gradi breve; 48 nuvole spesse non paion né rade, né coruscar, né figlia di Taumante, che di là cangia sovente contrade; 51 secco vapor non surge più avante ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. 54 Trema forse più giù poco o assai; ma per vento che ’n terra si nasconda, non so come, qua sù non tremò mai. 57 Tremaci quando alcuna anima monda sentesi, sì che surga o che si mova per salir sù; e tal grido seconda. 60 De la mondizia sol voler fa prova, che, tutto libero a mutar convento, l’alma sorprende, e di voler le giova. 63 Prima vuol ben, ma non lascia il talento che divina giustizia, contra voglia, come fu al peccar, pone al tormento. 66 E io, che son giaciuto a questa doglia cinquecent’anni e più, pur mo sentii libera volontà di miglior soglia: 69 però sentisti il tremoto e li pii spiriti per lo monte render lode a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii". 72 Così ne disse; e però ch’el si gode tanto del ber quant’è grande la sete, non saprei dir quant’el mi fece prode. 75 E ’l savio duca: "Omai veggio la rete che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, perché ci trema e di che congaudete. 78 Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, e perché tanti secoli giaciuto qui se’, ne le parole tue mi cappia". 81 "Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto del sommo rege, vendicò le fóra ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto, 84 col nome che più dura e più onora era io di là", rispuose quello spirto, "famoso assai, ma non con fede ancora. 87 Tanto fu dolce mio vocale spirto, che, tolosano, a sé mi trasse Roma, dove mertai le tempie ornar di mirto. 90 Stazio la gente ancor di là mi noma: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi in via con la seconda soma. 93 Al mio ardor fuor seme le faville, che mi scaldar, de la divina fiamma onde sono allumati più di mille; 96 de l'Eneïda dico, la qual mamma fummi, e fummi nutrice, poetando: sanz'essa non fermai peso di dramma. 99 E per esser vivuto di là quando visse Virgilio, assentirei un sole più che non deggio al mio uscir di bando". 102 Volser Virgilio a me queste parole con viso che, tacendo, disse ’Taci’; ma non può tutto la virtù che vuole; 105 ché riso e pianto son tanto seguaci a la passion di che ciascun si spicca, che men seguon voler ne’ più veraci. 108 Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; per che l’ombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; 111 e "Se tanto labore in bene assommi", disse, "perché la tua faccia testeso un lampeggiar di riso dimostrommi?". 114 Or son io d’una parte e d’altra preso: l’una mi fa tacer, l’altra scongiura ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso 117 dal mio maestro, e "Non aver paura", mi dice, "di parlar; ma parla e digli quel ch’e’ dimanda con cotanta cura". 120 Ond’io: "Forse che tu ti maravigli, antico spirto, del rider ch’io fei; ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. 123 Questi che guida in alto li occhi miei, è quel Virgilio dal qual tu togliesti forte a cantar de li uomini e d’i dèi. 126 Se cagion altra al mio rider credesti, lasciala per non vera, ed esser credi quelle parole che di lui dicesti". 129 Già s’inchinava ad abbracciar li piedi al mio dottor, ma el li disse: "Frate, non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi". 132 Ed ei surgendo: "Or puoi la quantitate comprender de l’amor ch’a te mi scalda, quand’io dismento nostra vanitate, 135 trattando l’ombre come cosa salda".
Apparizione improvvisa di Stazio – versi 1-39
Dante è turbato e dubbioso per il terremoto e il canto del Gloria descritti alla fine del canto ventesimo; mentre si affretta dietro Virgilio compare un’anima, che li segue senza essere notata, finché per prima parla, con un augurio di pace. Nella sua cortese risposta, Virgilio accenna alla propria condizione di escluso dalla salvezza. Allo stupore dell’anima, Virgilio aggiunge chiarimenti sulla condizione di Dante e sul proprio compito di guida. Chiede quindi spiegazioni sulla natura del terremoto e del coro di anime.
Stazio spiega la natura metafisica del Purgatorio – versi 40-75
L’anima, che non ha ancora rivelato la sua identità, afferma che la montagna del Purgatorio, ad eccezione, al massimo, delle sue pendici, è completamente immune dai normali agenti atmosferici (i “vapori”, secondo la scienza medievale cui Dante si rifà), e quindi anche da quelli che provocano i terremoti (i vapori “secchi” e “densi”). La scossa che i poeti hanno avvertito al termine del canto precedente è stata invece causata dal passaggio di un’anima al Paradiso Terrestre. Tale passaggio è anche accompagnato dal coro di tutte le anime.
L’anima spiega quindi che non è un intervento esterno a determinare il passaggio alla cornice successiva: è la volontà stessa dell’anima che attesta l’avvenuta purificazione. Dice poi di esser rimasto in questa cornice più di cinquecento anni, e di aver provato or ora questa libera volontà di salire: da ciò il terremoto e il canto di lode delle anime espianti. Virgilio chiede all’anima di rivelare chi sia e perché sia rimasto tanto tempo nella cornice degli avari.
Il riconoscimento tra Stazio e Virgilio – versi 76-136
Stazio racconta di essere stato famoso per la sua poesia sotto Vespasiano, nel tempo della repressione della rivolta ebraica da parte di Tito conclusasi con la distruzione di Gerusalemme e con la dispersione degli Ebrei; nomina anche le sue due opere principali, conosciute al tempo di Dante, la Tebaide e l’Achilleide, dichiarando di aver tratto da Virgilio somma ispirazione poetica. L’Eneide è stata, egli dice, mamma e nutrice della sua poesia; la sua gratitudine verso Virgilio è tale che accetterebbe di prolungare il suo purgatorio se fosse vissuto al tempo di Virgilio.
Si costruisce fra Dante e Virgilio un gioco di sguardi quasi mimico. Dante si sente spinto a sorridere del fatto che Virgilio viene lodato da Stazio senza che questo sappia che Virgilio è proprio davanti ai suoi occhi. Stazio chiede a Dante il motivo del suo «lampeggiar di riso» e solo dopo un incitamento della sua guida Dante rivela a Stazio l’identità del suo accompagnatore; Stazio, raggiante di gioia, si butta ai piedi di Virgilio, dimenticandosi dell’inconsistenza delle loro anime (indicata nel secondo canto del Purgatorio e nell’episodio di Casella).
Analisi del canto
L’evento del terremoto, che conclude il canto XX, segna un distacco fra questa parte del Purgatorio e gli ultimi due gironi. Spariscono nel racconto i riferimenti alle tristi vicende civili e prende campo il tema della poesia: la vicenda personale dell’autore e la sua coscienza di scrittore assumono una dimensione diversa alla luce della fede. Nei canti successivi numerosi e continui sono gli incontri con poeti: dopo Stazio è la volta di Forese Donati, di Bonagiunta da Lucca, di Guido Guinizzelli e di Arnaut Daniel. E in tutti questi incontri tema ricorrente è il rapporto tra poesia e fede, tra arte ed amicizia. Il tono espressivo diviene più dolce: si avverte che ci si sta avvicinando a Beatrice.
Il canto presenta due momenti:
vv. 1-75; introduzione dottrinale.
vv.76-136; presentazione della figura storica di Stazio e dinamica affettiva del riconoscimento di Virgilio.
Il XXI canto (come il successivo) è dedicato all’incontro di Virgilio con il poeta latino Stazio e si apre con un prologo, che si distende in tre tempi: la sete di sapere, l’apparizione dell’ombra del risorto, il riferimento all’esilio e all’esclusione di Virgilio. È la sequenza più convenzionale e dottrinaria, con la comparsa di Stazio, la consueta presentazione da parte di Virgilio e Dante, e la trattazione da parte di Stazio sulla natura fisico-escatologica del Purgatorio. Si può notare tuttavia che già in questa sequenza introduttiva affiorano elementi significativi legati al contesto della parte conclusiva: infatti i riferimenti all’acqua della Samaritana e all’incontro di Emmaus, in quanto fonti evangeliche, preannunciano il valore religioso che Dante attribuisce alla poesia; mentre il riferimento alla sorte malinconica di Virgilio, di cui pure si esalta l’opera e la funzione storica, segna i limiti della cultura classica. D’altra parte, la spiegazione di Stazio sulla causa del terremoto e sulla natura della montagna rende evidente la differenza fra mondo umano e mondo divino: il passaggio della anime dall’uno all’altro girone è affidato alla loro libertà, senza che nessuno intervenga a verificare il loro giudizio. Ritorna così quel tema della libertà, che è fondamentale in tutto il Purgatorio.
Questa parte del canto è caratterizzata da un tono scientifico divulgativo e chiarificatore, ma ricco di figure retoriche, come espressioni sintetiche («da sé in sé», v. 44), ripetizione di un verbo centrale («Trema.. tremò… Tremaci», vv. 55, 57 e 58), costruzioni per asindeto negativo («non pioggia, non grando, non neve, / non rugiada, non brina», vv. 46-47; «né rade, / né coruscar, né figlia di Taumante», vv. 49-50).
Nella seconda parte del canto, si svolge fra i tre poeti una relazione complessa, in parte implicita, nella quale è naturale riconoscere come Dante attribuisca a Stazio una condizione di discepolo letterario di Virgilio che in realtà è la propria. È una scena quasi teatrale, nella quale alle parole vanno aggiunti gli sguardi, i sorrisi e i silenzi. Dante, udendo l’elogio di Virgilio pronunciato da Stazio, vorrebbe rivelare che Virgilio è proprio lì con loro, ma Virgilio con l’espressione gli intima di tacere. Stazio coglie l’ombra di sorriso nel viso di Dante e ne chiede ragione; a questo punto, preso tra due fuochi, Dante deve spiegare che accanto a loro è colui che ha guidato Stazio alla poesia e sta guidando lui alla salvezza spirituale. Si accenna così all’altro aspetto del rapporto Virgilio – Stazio – Dante, ovvero il valore di maestro di vita e di salvezza attribuito a Virgilio (tema che viene sviluppato nel canto successivo).
Il linguaggio pone in evidenza il valore dell’Eneide con espressive metafore: è la “fiamma” che ha “allumato” innumerevoli poeti ed è stata per lui “mamma” e “nutrice”.
[/bibl] Purgatorio – Canto ventunesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_ventunesimo&oldid=42970883 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].