Canto XXVII Purgatorio – (vv 1-142)

Testo Temi e contenuti del Canto XXVII del Purgatorio (versi 1-142)

 
Sì come quando i primi raggi vibra
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l’alta Libra, 3

e l’onde in Gange da nona rïarse,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse. 6

Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava ’Beati mundo corde!’
in voce assai più che la nostra viva. 9

Poscia "Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde", 12

ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo. 15

In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi. 18

Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: "Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte. 21

Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio? 24

Credi per certo che se dentro a l’alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo. 27

E se tu forse credi ch’io t’inganni,
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. 30

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!".
E io pur fermo e contra coscïenza. 33

Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: "Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro". 36

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio; 39

così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla. 42

Ond’ei crollò la fronte e disse: "Come!
volenci star di qua?"; indi sorrise
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. 45

Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise. 48

Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro. 51

Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: "Li occhi suoi già veder parmi". 54

Guidavaci una voce che cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava. 57

’Venite, benedicti Patris mei’,
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei. 60

"Lo sol sen va", soggiunse, "e vien la sera;
non v’arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera". 63

Dritta salia la via per entro ’l sasso
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch’era già basso. 66

E di pochi scaglion levammo i saggi,
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi. 69

E pria che ’n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense, 72

ciascun di noi d’un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ’l diletto. 75

Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse, 78

tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve; 81

e quale il mandrïan che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga; 84

tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d’alta grotta. 87

Poco parer potea lì del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori. 90

Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. 93

Ne l’ora, credo, che de l’orïente
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente, 96

giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea: 99

"Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda. 102

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno. 105

Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga". 108

E già per li splendori antelucani,
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani, 111

le tenebre fuggian da tutti lati,
e ’l sonno mio con esse; ond’io leva’ mi,
veggendo i gran maestri già levati. 114

"Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami". 117

Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali. 120

Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne. 123

Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi, 126

e disse: "Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno. 129

Tratto t’ ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. 132

Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce. 135

Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli. 138

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno: 141

per ch’io te sovra te corono e mitrio".


  • L’angelo della castità – vv. 1-18
  • Il muro di fuoco – vv. 19-63
  • Tramonto e sogno di Dante – vv. 64-108
  • Salita all’Eden e congedo di Virgilio – vv. 109-142

Sintesi

Nel Purgatorio il sole sta tramontando, a Gerusalemme è mezzanotte e sulle rive del fiume Gange è mezzogiorno, quando l’angelo della castità appare lieto a Dante e Virgilio. Egli si trova sull’orlo del girone, fuori dalle fiamme, e a gran voce canta:
(LA)
« Beati mundo corde! »
(IT)
« Beati i puri di cuore »
ed aggiunge:
« Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde. »
A queste parole Dante si spaventa: si protende con le mani strette guardando il fuoco e immaginando intensamente corpi umani già veduti bruciare vivi sulla terra. Virgilio lo rassicura che nel Purgatorio il fuoco può dare tormento ma non morte; egli lo invita così a porre un lembo della sua veste sopra al fuoco per verificare in prima persona la veridicità delle sue parole. Dante ancora titubante viene esortato nuovamente da Virgilio che gli ricorda che oltre la barriera cui si trovano davanti vi è Beatrice. Convinto da quelle parole, Dante, insieme a Virgilio e Stazio, entra nel fuoco. All’interno del fuoco li guida un angelo la cui voce arriva dalla fine della barriera.
Al giungere della notte Dante, Virgilio e Stazio decidono di fermarsi e coricarsi ognuno su un gradino della rupe su cui si trovavano. Durante la notte Dante sogna una giovane e bella donna che canta cogliendo i fiori: è Lia e sta raccogliendo addobbi floreali per creare una ghirlanda per poi ammirarsi nello specchio, proprio come fa sempre sua sorella Rachele tutto il giorno.
La mattina Dante, Virgilio e Stazio riprendono il cammino. Giunti in cima alla montagna Virgilio si congeda da Dante: egli lo accompagnerà fino a che non incontreranno Beatrice ma da ora il poeta non udirà uscire più alcuna parola dalla bocca del maestro.
Analisi del canto
Il canto XXVII corrisponde allo spazio di una vigilia e deve la sua importanza al fatto di segnare il passaggio dal tempo delle pene, e quindi, del racconto, al momento dell’arrivo nel Paradiso terrestre. Indubbie le novità all’interno del suo svolgimento: sono sparite le anime dei penitenti, Dante resta il solo attore protagonista e, quindi, oggetto della narrazione è l’evento interiore che si svolge nel suo animo; in quanto libero dal peccato, egli si avvicina al rito di purificazione che si compirà nel Paradiso terrestre, un luogo che si preannuncia ricco di un fascino particolare attraverso le immagini del sono (vv. 94-108) e le parole di Virgilio (vv. 127-142). Il canto, ricco di azione, costituisce una cerniera fra il tempo dell’espiazione e quello della profezia, in quanto Dante contempla la vicenda futura della Chiesa attraverso una serie di immagini simboliche. Esso trova la sua complessiva linea unitaria nel compiersi del tema della libertà, ma, insieme, svolge varie dimensioni della storia. A livello del cammino nello spazio, Dante raggiunge la cima del monte; a livello temporale, giunge al termine del terzo giorno del suo pellegrinaggio; a livello psicologico, sperimenta la tentazione e se ne purifica. Egli rappresenta, come sempre nel poema, ogni uomo, ma soprattutto se stesso e la paura che prova dinanzi al fuoco è del tutto umana. Nel suo complesso il XXVII canto può ricordare, per il contrasto dei motivi che si svolgono felicemente, l’impostazione di una rappresentazione teatrale. Sul piano poetico, esso è certamente fra i più belli del poema, anche per la varietà dei toni presenti: epico-drammatico all’inizio; dolce e rassicurante nel sogno; persuasivo e calmo nel discorso di Lia; solenne nella conclusione. Dante ha veramente raggiunto la maturazione della sua arte.
Il contenuto del canto è ripartito in tre tempi, collegati ciascuno ad un’ora particolare. La prima parte è legata al canto precedente per la presenza del muro di fuoco che Dante deve attraversare. Ad essa corrisponde l’ora del tramonto, un tempo di passaggio che allude alla trasformazione, che il personaggio sta per vivere. Fondamentale l’attraversamento del fuoco come viaggio di iniziazione, momento di prova vinto con il soccorso dell’aiutante. Esso ha soprattutto il valore simbolico di un’azione liturgica: dopo il rito iniziale del giunco, dopo quello della confessione alla porta del Purgatorio (vedi canto IX), ha luogo ora il battesimo nel fuoco, che si compirà con il battesimo nell’acqua del Paradiso terrestre. Per questo Dante ha bisogno di protezione e conforto e a questo valgono i ragionamenti di Virgilio, i suoi richiami a Beatrice, la posizione protetta che Dante occupa fra Virgilio e Stazio. Il sorriso di Virgilio (v. 44) non è una nota idillica ma un’espressione di autoironia del poeta protagonista sulla propria debolezza. Egli così sottolinea che la libertà morale non è conseguenza immediata della purezza dello spirito, ma è una meta da conquistare. Ad essa conduce l’amore; questo significa l’immagine balenante di Beatrice, che, con la luce dei suoi occhi, consente il passaggio ad una superiore dimensione.
Nell’eccezionale bellezza della contemplazione del cielo notturno, che corrisponde al presente e al tempo sospeso dell’attesa di una nuova vita, si compiono la veglia tacita ed il successivo sogno. La scena non riflette un’idillica pace bucolica, ma la tensione solenne di certi episodi biblici in cui pastori solitari colgono la rivelazione di Dio. E a questo clima si collega il sogno profetico: in un paesaggio sereno Lia e la sorella Rachele, da lei ricordata, rappresentano la vita attiva e la vita contemplativa, che – come Dante ha detto nel Convivio – portano alla felicità terrena. Si tratta dunque di un’anticipazione della pienezza di esistenza che c’è nell’Eden. Nell’episodio ricompaiono temi dello Stilnovo: la bellezza della donna, l’amore, l’incanto dei fiori, il canto; ma questi motivi contribuiscono al recupero da parte di Dante dell’uomo adamitico, senza fargli perdere la sua terrestrità.
Già per gli splendori antelucani sorge e si diffonde l’alba: l’esilio del pellegrino dalla sua patria sta per finire. Dante non ha più bisogno di una guida e Virgilio, consapevole della meta raggiunta, si congeda da lui con il tono solenne ed insieme affettuoso del padre. Il viaggio attraverso il Purgatorio è stato veramente un cammino verso la libertà e non è un caso che al poeta latino siano affidati due messaggi significativi, su questo piano, all’inizio e al termine della cantica: nel I canto egli ha detto a Catone, riferendosi a Dante:
« Libertà va cercando, ch’è si cara
come sa chi per lei vita rifiuta »
Ed ora conclude affermando:
« libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio. »
Virgilio resta ancora accanto all’allievo ma senza pronunciare altra parole. Questo è il suo congedo, venato di malinconia, perché sul significato simbolico della sua figura domina il suo destino di perenne esilio.

[/bibl] Purgatorio – Canto ventisettesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_ventisettesimo&oldid=44735702 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].

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