Canto XXXII Purgatorio – (vv 1-160)
Testo del Canto XXXII del Purgatorio (versi 1-160)
Tant’eran li occhi miei fissi e attenti a disbramarsi la decenne sete, che li altri sensi m’eran tutti spenti. 3 Ed essi quinci e quindi avien parete di non caler - così lo santo riso a sé traéli con l’antica rete! -; 6 quando per forza mi fu vòlto il viso ver’ la sinistra mia da quelle dee, perch’io udi’ da loro un "Troppo fiso!"; 9 e la disposizion ch’a veder èe ne li occhi pur testé dal sol percossi, sanza la vista alquanto esser mi fée. 12 Ma poi ch’al poco il viso riformossi (e dico ’al poco’ per rispetto al molto sensibile onde a forza mi rimossi), 15 vidi ’n sul braccio destro esser rivolto lo glorïoso essercito, e tornarsi col sole e con le sette fiamme al volto. 18 Come sotto li scudi per salvarsi volgesi schiera, e sé gira col segno, prima che possa tutta in sé mutarsi; 21 quella milizia del celeste regno che procedeva, tutta trapassonne pria che piegasse il carro il primo legno. 24 Indi a le rote si tornar le donne, e ’l grifon mosse il benedetto carco sì, che però nulla penna crollonne. 27 La bella donna che mi trasse al varco e Stazio e io seguitavam la rota che fé l’orbita sua con minore arco. 30 Sì passeggiando l’alta selva vòta, colpa di quella ch’al serpente crese, temprava i passi un’angelica nota. 33 Forse in tre voli tanto spazio prese disfrenata saetta, quanto eramo rimossi, quando Bëatrice scese. 36 Io senti’ mormorare a tutti "Adamo"; poi cerchiaro una pianta dispogliata di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. 39 La coma sua, che tanto si dilata più quanto più è sù, fora da l’Indi ne’ boschi lor per altezza ammirata. 42 "Beato se’, grifon, che non discindi col becco d’esto legno dolce al gusto, poscia che mal si torce il ventre quindi". 45 Così dintorno a l’albero robusto gridaron li altri; e l’animal binato: "Sì si conserva il seme d’ogne giusto". 48 E vòlto al temo ch’elli avea tirato, trasselo al piè de la vedova frasca, e quel di lei a lei lasciò legato. 51 Come le nostre piante, quando casca giù la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca, 54 turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che ’l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella; 57 men che di rose e più che di vïole colore aprendo, s’innovò la pianta, che prima avea le ramora sì sole. 60 Io non lo ’ntesi, né qui non si canta l’inno che quella gente allor cantaro, né la nota soffersi tutta quanta. 63 S’io potessi ritrar come assonnaro li occhi spietati udendo di Siringa, li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; 66 come pintor che con essempro pinga, disegnerei com’io m’addormentai; ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. 69 Però trascorro a quando mi svegliai, e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo del sonno, e un chiamar: "Surgi: che fai?". 72 Quali a veder de’ fioretti del melo che del suo pome li angeli fa ghiotti e perpetüe nozze fa nel cielo, 75 Pietro e Giovanni e Iacopo condotti e vinti, ritornaro a la parola da la qual furon maggior sonni rotti, 78 e videro scemata loro scuola così di Moïsè come d’Elia, e al maestro suo cangiata stola; 81 tal torna’ io, e vidi quella pia sovra me starsi che conducitrice fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. 84 E tutto in dubbio dissi: "Ov’è Beatrice?". Ond’ella: "Vedi lei sotto la fronda nova sedere in su la sua radice. 87 Vedi la compagnia che la circonda: li altri dopo ’l grifon sen vanno suso con più dolce canzone e più profonda". 90 E se più fu lo suo parlar diffuso, non so, però che già ne li occhi m’era quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. 93 Sola sedeasi in su la terra vera, come guardia lasciata lì del plaustro che legar vidi a la biforme fera. 96 In cerchio le facevan di sé claustro le sette ninfe, con quei lumi in mano che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. 99 "Qui sarai tu poco tempo silvano; e sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano. 102 Però, in pro del mondo che mal vive, al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, ritornato di là, fa che tu scrive". 105 Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi d’i suoi comandamenti era divoto, la mente e li occhi ov’ella volle diedi. 108 Non scese mai con sì veloce moto foco di spessa nube, quando piove da quel confine che più va remoto, 111 com’io vidi calar l’uccel di Giove per l’alber giù, rompendo de la scorza, non che d’i fiori e de le foglie nove; 114 e ferì ’l carro di tutta sua forza; ond’el piegò come nave in fortuna, vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. 117 Poscia vidi avventarsi ne la cuna del trïunfal veiculo una volpe che d’ogne pasto buon parea digiuna; 120 ma, riprendendo lei di laide colpe, la donna mia la volse in tanta futa quanto sofferser l’ossa sanza polpe. 123 Poscia per indi ond’era pria venuta, l’aguglia vidi scender giù ne l’arca del carro e lasciar lei di sé pennuta; 126 e qual esce di cuor che si rammarca, tal voce uscì del cielo e cotal disse: "O navicella mia, com’ mal se’ carca!". 129 Poi parve a me che la terra s’aprisse tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago che per lo carro sù la coda fisse; 132 e come vespa che ritragge l’ago, a sé traendo la coda maligna, trasse del fondo, e gissen vago vago. 135 Quel che rimase, come da gramigna vivace terra, da la piuma, offerta forse con intenzion sana e benigna, 138 si ricoperse, e funne ricoperta e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto che più tiene un sospir la bocca aperta. 141 Trasformato così ’l dificio santo mise fuor teste per le parti sue, tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. 144 Le prime eran cornute come bue, ma le quattro un sol corno avean per fronte: simile mostro visto ancor non fue. 147 Sicura, quasi rocca in alto monte, seder sovresso una puttana sciolta m’apparve con le ciglia intorno pronte; 150 e come perché non li fosse tolta, vidi di costa a lei dritto un gigante; e basciavansi insieme alcuna volta. 153 Ma perché l’occhio cupido e vagante a me rivolse, quel feroce drudo la flagellò dal capo infin le piante; 156 poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, disciolse il mostro, e trassel per la selva, tanto che sol di lei mi fece scudo 159 a la puttana e a la nova belva.
La processione all’albero di Adamo – versi 1-60
Dante è tutto assorto nella contemplazione del viso di Beatrice, pienamente rivelatosi dopo dieci anni dalla scomparsa di lei, a tal punto che quanto lo circonda gli è indifferente. Per questo viene rimproverato dalle Virtù teologali. Volgendosi verso di loro, una volta recuperata la vista abbagliata dal troppo sole, Dante vede che la solenne processione si è rimessa in cammino, questa volta verso oriente: prima i sette candelabri che simboleggiano i doni dello Spirito Santo, come già descritto nel canto XXIX; seguono i ventiquattro vecchi, poi il carro (che rappresenta la Chiesa), trainato dal grifone. Matelda, Stazio e Dante si accodano alla ruota destra del carro e procedono, accompagnati da canti di angeli, per uno spazio pari a circa tre tiri di freccia; a questo punto Beatrice scende dal carro.
Tutti mormorano “Adamo” circondando una pianta completamente priva di gemme o foglie. La sua chioma ha forma di cono rovesciato ed è di altezza smisurata. Le voci delle varie figure simboliche esaltano il grifone (simbolo di Cristo) perché non si ciba di quell’albero, dolce al gusto ma dannoso poi; e il grifone risponde che in tal modo si preserva il bene. Il grifone quindi trascina il carro fino all’albero e lo lega ad esso. Come sulla terra le piante in primavera mettono le gemme, poi i fiori, così l’albero, fino a quel momento del tutto spoglio, si riveste di fiori di un colore tra rosso e viola.
Dante non riesce a percepire bene e fino alla fine il canto che accompagna questo momento, perché è colto da un sonno improvviso; non può descrivere il modo in cui si è addormentato, il che è impossibile per tutti. Il risveglio è causato da un improvviso bagliore e da una voce che lo invita ad alzarsi. Come, dopo la Trasfigurazione di Gesù, Pietro, Giovanni e Giacomo ritornano alla realtà consueta, così Dante vede Matelda china su di lui.
La missione di Dante – vv. 85-108
Matelda invita Dante a contemplare Beatrice seduta sotto l’albero, circondata dalle sette Virtù; intanto gli altri personaggi seguono il grifone verso il cielo, cantando un inno. Dante è di nuovo assorto nell’ammirazione di Beatrice, quando essa solennemente gli preannuncia che presto egli sarà in eterno in paradiso con lei. Prima però, a vantaggio dell’umanità peccatrice, deve osservare con attenzione il carro e prepararsi a scrivere fedelmente, tornato sulla terra, quello che vedrà. Dante esegue ciò che Beatrice gli ha chiesto.
L’allegoria del carro – vv. 109-147
Con la velocità del fulmine, dalla cima dell’albero scende un’aquila che ne fende la corteccia e rompe le fronde nuove, e colpisce violentemente il carro che si piega sul fianco. Poi si avventa su di esso una volpe famelica, ma Beatrice l’accusa di colpe spregevoli e la mette in fuga. L’aquila a sua volta entra nel carro e vi lascia le sue penne; una voce dal cielo lamenta lo stato in cui si trova la “navicella” sua. (È San Pietro che deplora il triste carico che appesantisce la sua Chiesa, ossia i beni terreni).
Appare un drago, come uscito dalla terra, che conficca la coda nel carro, poi la ritrae trascinando con sé una parte del fondo, quindi se ne va. I resti del carro vengono ricoperti dalle piume dell’aquila, che in breve invadono anche il timone e le ruote. Il carro così trasformato mette fuori tre teste (ciascuna con due corna) sul timone e una su ogni lato (con un solo corno): mostro mai visto prima.
La meretrice e il gigante – vv. 148-160
Sul carro appare una “puttana” provocante, che scambia baci con un gigante. Non appena essa rivolge lo sguardo a Dante, l’amante la percuote selvaggiamente poi, pieno di gelosia e di furore, scioglie il carro dall’albero e lo trascina per la foresta, finché tra Dante e queste orride figure c’è uno schermo di alberi.
Analisi
L’inizio del canto si collega al tema dell’incontro tra Dante e Beatrice sviluppato nei due canti precedenti; dopo pochi versi però si ritorna ai motivi simbolici che occupavano il canto XXIX. Il corteo sacro, già prima descritto dettagliatamente, si rimette in cammino, seguito questa volta da Dante che, come è stato narrato nel canto XXXI, è stato trasportato oltre il fiume Lete. La processione si ferma nei pressi di un albero simile come forma all’albero che si trova nel girone dei golosi (canto XXII); ma la sua natura è anticipata dal richiamo ad Adamo: si tratta dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, collocato, secondo Genesi,3 , nel Paradiso Terrestre, ovvero proprio nel luogo in cui ora si trova Dante. L’albero di Adamo riporta al tema del peccato originale, redento solo grazie alla Passione di Gesù Cristo, qui simboleggiato dal grifone. Nell’albero e intorno ad esso avvengono metamorfosi dense di significati allegorici.
Dopo la prima metamorfosi, con la quale l’albero da spoglio diventa verde e fiorito (grazie alla presenza del grifone), Dante è colto lentamente dal sonno, ma non può descrivere l’atto dell’addormentarsi (come è psicologicamente ben noto a chiunque), bensì soltanto accennarvi mediante la similitudine col mito di Argo indotto da Mercurio ad addormentarsi con il racconto degli amori di Pan e della ninfa Siringa.
Un’altra similitudine, questa volta tratta dal Vangelo, introduce un momento successivo del rituale, in cui Beatrice pronuncia un’esortazione a Dante che suona come una vera e propria investitura: il suo compito di poeta è rivolto al ravvedimento “del mondo che mal vive”; sullo stesso piano si dovranno collocare le parole di Cacciaguida nel canto XVII del Paradiso e di San Pietro, sempre nel Paradiso, nel canto XXVII.
In questo modo, il destino individuale di Dante (al quale è preannunciata la salvezza eterna) si collega ai destini universali dell’umanità: questo collegamento, presente, come si è detto, anche in altri punti-chiave della Commedia, attesta la duplice funzione del personaggio Dante: singola persona ben precisa, e figura-simbolo di una umanità che con il suo cammino attraverso i tre regni dell’oltretomba ritrova la strada del bene, una strada smarrita anche per colpa grave della Chiesa.
Al centro degli eventi che ora accadono è il carro, simbolo appunto della Chiesa: dapprima assalito da un’aquila, poi da una volpe affamata; poi danneggiato da un drago, infine orribilmente alterato nel suo aspetto per le penne che lo ricoprono e le ripugnanti sette teste cornute che spuntano su di esso.
Attraverso queste immagini rapidamente tratteggiate si delineano quattro momenti cruciali della vita della Chiesa: le persecuzioni da parte dell’Impero Romano (l’aquila); le eresie (la volpe, che si nutre di false dottrine); la Donazione di Costantino (le penne dell’aquila); gli scismi (l’asportazione del fondo del carro); ricordiamo che al tempo di Dante era considerato scisma anche l’Islam.
Infine, con un esplicito richiamo all’Apocalisse, viene rappresentata una meretrice (simbolo della Curia romana) in atteggiamento lascivo con un gigante che poi trascina via il carro e la donna: allusioni alla relazione tra Filippo il Bello re di Francia e la Chiesa, da cui deriverà la cattività avignonese. Già nel canto XX il sovrano francese è oggetto di un giudizio sferzante, e il papa (Clemente V) che a Filippo si sottomise è addirittura collocato nell’inferno (canto XIX).
Nel canto emerge dunque la profondità dell’impegno etico e dottrinale che Dante si assume, e che trova espressione in un linguaggio complesso, dove si accostano fasi descrittive (con tratti anche ruvidamente realistici, come ai vv.133, 136-137, 154-160, ma anche con una capacità creativa quasi allucinatoria) e fasi serenamente contemplative (vv. 31-33, 52-60, 85-90).
[/bibl] Purgatorio – Canto trentaduesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_trentaduesimo&oldid=40829357 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].