Canto XXX Inferno – (vv 1-45) – I falsari di persona: Gianni Schicchi, Mirra
Testo e commento del Canto XXX dell’Inferno (versi 1-45)- I falsari di persona: Gianni Schicchi, Mirra
Nel tempo che Iunone era crucciata per Semelè contra ’l sangue tebano, come mostrò una e altra fïata, 3 Atamante divenne tanto insano, che veggendo la moglie con due figli andar carcata da ciascuna mano, 6 gridò: "Tendiam le reti, sì ch’io pigli la leonessa e ’ leoncini al varco"; e poi distese i dispietati artigli, 9 prendendo l’un ch’avea nome Learco, e rotollo e percosselo ad un sasso; e quella s’annegò con l’altro carco. 12 E quando la fortuna volse in basso l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, sì che ’nsieme col regno il re fu casso, 15 Ecuba trista, misera e cattiva, poscia che vide Polissena morta, e del suo Polidoro in su la riva 18 del mar si fu la dolorosa accorta, forsennata latrò sì come cane; tanto il dolor le fé la mente torta. 21 Ma né di Tebe furie né troiane si vider mäi in alcun tanto crude, non punger bestie, nonché membra umane, 24 quant’io vidi in due ombre smorte e nude, che mordendo correvan di quel modo che ’l porco quando del porcil si schiude. 27 L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo del collo l’assannò, sì che, tirando, grattar li fece il ventre al fondo sodo. 30 E l’Aretin che rimase, tremando mi disse: "Quel folletto è Gianni Schicchi, e va rabbioso altrui così conciando". 33 "Oh", diss’io lui, "se l’altro non ti ficchi li denti a dosso, non ti sia fatica a dir chi è, pria che di qui si spicchi". 36 Ed elli a me: "Quell’è l’anima antica di Mirra scellerata, che divenne al padre, fuor del dritto amore, amica. 39 Questa a peccar con esso così venne, falsificando sé in altrui forma, come l’altro che là sen va, sostenne, 42 per guadagnar la donna de la torma, falsificare in sé Buoso Donati, testando e dando al testamento norma". 45
Rispetto alla fine del Canto precedente, così comicamente popolana (quasi da pettegolezzo, con la critica della brigata spendereccia senese), l’inizio del Canto trentesimo è completamente diverso e senza un netto distacco. Proiettati in una lontananza mitica e prodigiosa (dall’espressione “Nel tempo che…”) vengono introdotti due miti come termine di paragone per la pazzia, mescolando elementi solenni e patetici del mito scelti arbitrariamente da Dante. Il primo è preso dalle Metamorfosi di Ovidio e riguarda la rabbia di Giunone contro Semele (incinta per Giove del piccolo Bacco) e contro il sangue tebano: la dea furiosa fece impazzire il re Atamante che scambiò la moglie con i due bambini per una leonessa con due leoncini e uccise lui stesso (con dispietati artigli) il figlio Learco, mentre sua moglie si gettò da una rupe in mare annegando con l’altro figlio.
La seconda similitudine è presa dal ciclo troiano e racconta come quando la superbia dei suoi abitanti era stata rovesciata dalla fortuna (dopo cioè la sconfitta della Guerra di Troia), Ecuba, triste, misera e imprigionata, vide sua figlia Polissena morta in un sacrificio sulla tomba di Achille e poi scoprì la tomba di suo figlio Polidoro su una spiaggia, e allora emise forsennati lamenti sì come cane. In entrambi i miti sono messi in evidenza elementi animaleschi (gli artigli, i latrati).
Questi servono per introdurre, di nuovo con una similitudine ipotetica (se si potessero sommare… allora non basterebbe a raffigurare…, già incontrata a proposito della prima descrizione di questa bolgia e di quella precedente), come non si erano mai viste persone tanto feroci di pazzia (né contro bestie, né contro uomini) come due ombre smorte e nude che correvano mordendo chiunque, come il porco che corre fuori quando si apre il porcile.
Gianni Schicchi, illustrazione di Gustave Doré
Una di queste arriva a Capocchio, che ha appena finito di parlare con Dante, e lo azzanna sulla gola, tirandolo così che il suo ventre si gratta sul suolo (richiamo alla pena dei falsatori di materia, ma con un tono grossolano e volgare tipico dello stile comico-realistico di buona parte del linguaggio usato in questa bolgia). Il compagno di Capocchio invece, l’aretino Griffolino dice a Dante come questo demonio (folletto nell’accezione medievale originaria) fosse Gianni Schicchi che va rabbioso altrui così conciando. Allora Dante si affretta a chiedere anche chi sia l’altro, prima che lo morda a sua volta, e il dannato risponde che si tratta di Mirra scellerata, che si congiunse al padre falsificando le sue sembianze, così come Gianni Schicchi si travestì da Buoso Donati il Vecchio dettando testamento validato da notaio.
Questa incursione frenetica è un flash che spezza la narrazione, un po’ come nel cerchio dei suicidi (XIII) dove irrompevano gli scialacquatori inseguiti da cagne nere, solo che qui sono gli stessi dannati dei falsari di persona a martoriare attivamente gli altri. L’aneddoto di Gianni Schicchi venne ripreso con tutt’altri toni da Giacomo Puccini nell’opera omonima.
[/bibl] Inferno – Canto trentesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_trentesimo&oldid=38300949 (in data 18 novembre 2011).[/bibl].