Canto VI Paradiso – (vv 1-142)
Testo del Canto VI del Paradiso (versi 1-142)
«Poscia che Costantin l’aquila volse contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse, 3 cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; 6 e sotto l’ombra de le sacre penne governò ’l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 9 Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch'i' sento, d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano. 12 E prima ch’io a l’ovra fossi attento, una natura in Cristo esser, non piùe, credea, e di tal fede era contento; 15 ma ’l benedetto Agapito, che fue sommo pastore, a la fede sincera mi dirizzò con le parole sue. 18 Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi ogni contradizione e falsa e vera. 21 Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, a Dio per grazia piacque di spirarmi l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi; 24 e al mio Belisar commendai l’armi, cui la destra del ciel fu sì congiunta, che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. 27 Or qui a la question prima s’appunta la mia risposta; ma sua condizione mi stringe a seguitare alcuna giunta, 30 perché tu veggi con quanta ragione si move contr’ al sacrosanto segno e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone. 33 Vedi quanta virtù l’ha fatto degno di reverenza; e cominciò da l’ora che Pallante morì per darli regno. 36 Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora per trecento anni e oltre, infino al fine che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. 39 E sai ch’el fé dal mal de le Sabine al dolor di Lucrezia in sette regi, vincendo intorno le genti vicine. 42 Sai quel ch’el fé portato da li egregi Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, incontro a li altri principi e collegi; 45 onde Torquato e Quinzio, che dal cirro negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi ebber la fama che volontier mirro. 48 Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi che di retro ad Anibale passaro l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. 51 Sott’ esso giovanetti trïunfaro Scipïone e Pompeo; e a quel colle sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. 54 Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle. 57 E quel che fé da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano è pieno. 60 Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna e saltò Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna. 63 Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. 66 Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov’ Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse. 69 Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba. 72 Di quel che fé col baiulo seguente, Bruto con Cassio ne l’inferno latra, e Modena e Perugia fu dolente. 75 Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana e atra. 78 Con costui corse infino al lito rubro; con costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro. 81 Ma ciò che ’l segno che parlar mi face fatto avea prima e poi era fatturo per lo regno mortal ch’a lui soggiace, 84 diventa in apparenza poco e scuro, se in mano al terzo Cesare si mira con occhio chiaro e con affetto puro; 87 ché la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, gloria di far vendetta a la sua ira. 90 Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico. 93 E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 96 Omai puoi giudicar di quei cotali ch’io accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali. 99 L’uno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e l’altro appropria quello a parte, sì ch’è forte a veder chi più si falli. 102 Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’ altro segno, ché mal segue quello sempre chi la giustizia e lui diparte; 105 e non l’abbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli ch’a più alto leon trasser lo vello. 108 Molte fïate già pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! 111 Questa picciola stella si correda d’i buoni spirti che son stati attivi perché onore e fama li succeda: 114 e quando li disiri poggian quivi, sì disvïando, pur convien che i raggi del vero amore in sù poggin men vivi. 117 Ma nel commensurar d’i nostri gaggi col merto è parte di nostra letizia, perché non li vedem minor né maggi. 120 Quindi addolcisce la viva giustizia in noi l’affetto sì, che non si puote torcer già mai ad alcuna nequizia. 123 Diverse voci fanno dolci note; così diversi scanni in nostra vita rendon dolce armonia tra queste rote. 126 E dentro a la presente margarita luce la luce di Romeo, di cui fu l’ovra grande e bella mal gradita. 129 Ma i Provenzai che fecer contra lui non hanno riso; e però mal cammina qual si fa danno del ben fare altrui. 132 Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, Ramondo Beringhiere, e ciò li fece Romeo, persona umìle e peregrina. 135 E poi il mosser le parole biece a dimandar ragione a questo giusto, che li assegnò sette e cinque per diece, 138 indi partissi povero e vetusto; e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto, 141 assai lo loda, e più lo loderebbe».
Giustiniano – versi 1-27
L’imperatore Giustiniano inizia a parlare di sé e di come l’aquila imperiale sia giunta nelle sue mani dopo più di duecento anni da quando Costantino l’aveva trasferita da Roma a Bisanzio. L’anima ricorda quali sono gli eventi che hanno più profondamente marcato la sua vita terrena: egli riordinò e arricchì le leggi romane nel Corpus Iuris Civilis, si convertì al Cristianesimo e rese possibile l’espansione del proprio regno grazie all’opera del suo abile generale Belisario.
Storia e funzione dell’Impero – vv. 28-96
Questa sezione del canto è una digressione di Giustiniano sulla storia dell’Impero: per più di trecento anni l’aquila imperiale era rimasta ad Albalonga, poi passò ai Romani che la conservarono sia durante il periodo monarchico che in quello repubblicano per poi giungere all’era imperiale nella quale l’aquila passò da Augusto, che riportò la pace dopo anni ed anni di guerre, a Tiberio, sotto il cui regno era morto Cristo per salvare l’intera umanità. Infine il “segno” arrivò a Carlo Magno il quale si impegnò a difenderlo dalle minacce dei Longobardi.
La critica ai Guelfi neri e bianchi vv. 97-111
A tal punto Dante ha potuto comprendere bene quanto l’aquila imperiale sia sacra e perciò, secondo lo spirito, non gli sarà difficile capire come siano prive di senso le lotte tra i Guelfi neri e i Guelfi bianchi: i primi, sostenitori del papa, vogliono sostituire al “segno” i “gigli gialli” emblema della Francia e degli Angioini, mentre i secondi vogliono “rubare” le insegne imperiali e ridurre quel simbolo universale al misero marchio di una fazione politica.
Le anime di Mercurio – vv. 112-126
Giustiniano rivela che le anime situate nel cielo di Mercurio sono quelle di coloro che in terra agirono bene per ottenere gloria e fama; per questo, per non essersi indirizzate subito al bene divino, esse occupano un cielo così basso rispetto all’Empireo, ma ciò non significa che la loro felicità sia imperfetta.
Romeo di Villanova – vv. 127-142
Giustiniano presenta a Dante Romeo di Villanova. Egli era un umile pellegrino che divenne fidato consigliere del conte di Provenza Raimondo Beringhieri (o Berengario). A causa di alcune false ed infamanti calunnie, però, Romeo se ne andò dalla corte e quest’ultimo decise di vivere poveramente la sua vecchiaia per un tradimento che non aveva mai commesso: se le persone sapessero quanta dignità egli dimostrò con tale gesto, lo loderebbero ancora di più di quanto già non facciano, conclude lo spirito di Giustiniano.
Temi e contenuti
Qui Dante prosegue la “tradizione” per cui il sesto canto di ogni cantica della Divina Commedia tratta l’argomento politico. Egli a questo punto conclude la sorta di climax ascendente a cui ha dato vita: nell’Inferno, il Poeta parla insieme a Ciacco della corruzione e della svergognatezza che dilagano a Firenze la quale, essendo una città, costituisce a livello spaziale un nucleo piuttosto ristretto; nel Purgatorio, poi, la prospettiva di Dante si amplia ed egli discute con Sordello di come l’Italia sia stata del tutto abbandonata sia dal potere spirituale che da quello temporale. Ora, infine, nel Paradiso, il Poeta allarga ancora di più la sua visione, la porta a quello che ai suoi tempi era da considerarsi un livello praticamente universale: egli parla con Giustiniano dell’Impero in generale e delle lotte che impediscono ad esso di realizzarsi. E di questo Dante soffriva certo non poco poiché egli riteneva che non ci fosse miglior forma di governo della monarchia.
Il canto, nella forma particolare della storia dell’aquila imperiale, presenta una sintesi della storia di Roma dalle origini mitiche (Enea) al presente della Roma papale. In tal modo il poeta esprime la sua concezione della storia, non come semplice successione di eventi, ma come processo ordinato, che trova il suo centro nella venuta di Gesù Cristo, la cui vita e morte si legano inscindibilmente alle istituzioni romane. Rispetto a questo punto centrale della storia tutti gli eventi precedenti e successivi acquistano un significato che va al di là del loro apparire come gesta virtuose o atti violenti. Proprio su questa interpretazione provvidenzialistica della storia si fonda il giudizio sferzante formulato da Giustiniano sulle lotte fra Guelfi e Ghibellini.
Infine può essere interessante notare che il canto costituisce un unico e ininterrotto discorso diretto dell’imperatore.
[/bibl] Paradiso – Canto sesto, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_sesto&oldid=44868836 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].