Canto XV Paradiso – (vv 1-148)

Testo del Canto XV del Paradiso (versi 1-148)

Benigna volontade in che si liqua
sempre l’amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua, 3

silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quïetar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira. 6

Come saranno a’ giusti preghi sorde
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? 9

Bene è che sanza termine si doglia
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si spoglia. 12

Quale per li seren tranquilli e puri
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri, 15

e pare stella che tramuti loco,
se non che da la parte ond’ e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco: 18

tale dal corno che ’n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende; 21

né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro. 24

Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s’accorse. 27

«O sanguis meus, o superinfusa
gratïa Deï, sicut tibi cui
bis unquam celi ianüa reclusa?». 30

Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui; 33

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso. 36

Indi, a udire e a veder giocondo,
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; 39

né per elezïon mi si nascose,
ma per necessità, ché ’l suo concetto
al segno d’i mortal si soprapuose. 42

E quando l’arco de l’ardente affetto
fu sì sfogato, che ’l parlar discese
inver’ lo segno del nostro intelletto, 45

la prima cosa che per me s’intese,
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se’ tanto cortese!». 48

E seguì: «Grato e lontano digiuno,
tratto leggendo del magno volume
du’ non si muta mai bianco né bruno, 51

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
in ch’io ti parlo, mercé di colei
ch’a l’alto volo ti vestì le piume. 54

Tu credi che a me tuo pensier mei
da quel ch’è primo, così come raia
da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei; 57

e però ch’io mi sia e perch’ io paia
più gaudïoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia. 60

Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi; 63

ma perché ’l sacro amore in che io veglio
con perpetüa vista e che m’asseta
di dolce disïar, s’adempia meglio, 66

la voce tua sicura, balda e lieta
suoni la volontà, suoni ’l disio,
a che la mia risposta è già decreta!». 69

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l’ali al voler mio. 72

Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,
come la prima equalità v’apparse,
d’un peso per ciascun di voi si fenno, 75

però che ’l sol che v’allumò e arse,
col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono scarse. 78

Ma voglia e argomento ne’ mortali,
per la cagion ch’a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in ali; 81

ond’ io, che son mortal, mi sento in questa
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la paterna festa. 84

Ben supplico io a te, vivo topazio
che questa gioia prezïosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome sazio». 87

«O fronda mia in che io compiacemmi
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio, rispondendo, femmi. 90

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent’ anni e piùe
girato ha ’l monte in la prima cornice, 93

mio figlio fu e tuo bisavol fue:
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l’opere tue. 96

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica. 99

Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona. 102

Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura. 105

Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote. 108

Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo. 111

Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ’l viso dipinto; 114

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio. 117

Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta. 120

L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla; 123

l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. 126

Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia. 129

A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello, 132

Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida. 135

Moronto fu mio frate ed Eliseo;
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo. 138

Poi seguitai lo ’mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado. 141

Dietro li andai incontro a la nequizia
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia. 144

Quivi fu’ io da quella gente turpa
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt’ anime deturpa; 147

e venni dal martiro a questa pace».



 

Temi e contenuti

  • Silenzio dei beati – versi 1-12
  • Cacciaguida – vv. 13-69
  • Ringraziamento e preghiera di Dante – vv. 70-87
  • Elogio della Firenze antica – vv. 88-148

Sintesi

Abbiamo assistito nel canto precedente alla descrizione del quinto cielo, il cielo di Marte, ove le anime di coloro che combatterono e morirono per la fede appaiono come rossi splendori vivissimi che cantando formano una croce greca al centro della quale brilla Cristo. Ora queste anime tacciono, spinte dallo spirito di carità, in modo da permettere a Dante di esprimere la propria preghiera. Quest’atto suscita in lui una riflessione che si inserisce nel dibattito contemporaneo: esplicitando l’importanza dell’intercessione dei santi in favore di chi sa pregarli con animo giusto, Dante prende posizione per la teoria sostenuta dalla Chiesa.
In questo clima di suspense, un’anima si stacca dalle altre e, come una stella cadente, percorre la croce fino a Dante e lo accoglie con lo stesso fervore con cui Anchise accolse Enea quando lo incontrò nei Campi Elisi: con questa similitudine tratta dal canto VI dell’Eneide Dante, oltre a rendere un ennesimo omaggio alla sua “maggior Musa” (Virgilio), si paragona implicitamente al suo illustre predecessore Enea, e ribadisce così l’importanza della propria missione (proprio perché come lui egli è ammesso nel regno dell’oltretomba per compiere una missione assegnatagli da Dio). Il personaggio è Cacciaguida, che così saluta Dante in latino:
(LA)
« O sanguis meus, o superinfusa
gratia Dei, sicut tibi cui
bis unquam coeli ianua reclusa? »
(IT)
« O mio sangue, o profusa oltre misura
grazia divina, a chi come a te
fu due volte dischiusa mai la porta del cielo? »

(vv. 28-30)
A quelle parole, e alla vista di Beatrice (che ride in modo tale da far sentire Dante al sommo del suo personale Paradiso), il poeta rimane stupefatto. Intanto lo spirito continua a parlare, ma in modo così profondo che è oltre il limite della comprensione umana; poi, sfogato l’ardore di affetto, il livello del suo discorso si abbassa così che Dante può di nuovo capirlo, e lo sente lodare Dio. Dopodiché l’anima si rivolge al poeta esprimendogli la gioia di vedere finalmente realizzato un desiderio che lo possedeva da lungi, da quando, arrivato in Paradiso, egli poté leggere nel libro del futuro. Con queste e altre parole lo invita a parlare.
Dopo aver di nuovo guardato Beatrice e aver ricevuto da lei un sorriso di assenso, Dante esprime la differenza che intercorre tra lui e i beati, dal momento che in essi “l’affetto e il senno” (cioè il sentimento e la razionalità, la capacità di esprimerlo) vanno di pari passo, poiché Dio in cui sono uguali amore e sapienza li ha illuminati, mentre nei mortali il desiderio e la capacità intellettuali sono diversi, e perciò Dante ringrazia solo con il cuore ben sapendo di non poter rendere altrettanto bene con le parole. Infine chiede al beato di rivelargli il suo nome.
“O mia fronda, io fui la tua radice (io fui tuo antenato) — risponde —; colui che fu mio figlio e tuo bisnonno espia da cent’anni sulla prima cornice del Purgatorio, ed è giusto che tu gli accorci la pena con i tuoi suffragi”. Poi inizia la rievocazione della grandezza morale della Firenze antica, quando egli nacque:
“Firenze era ancora contenuta, sobria e pudica, nella prima cerchia delle sue mura (la seconda fu costruita nel 1173), e le donne non portavano catenelle, corone, gonne ornate, cinture che attirassero su di sé lo sguardo più che sulla persona; la figlia non faceva, nascendo, paura al padre, perché non c’era da sposarla troppo presto e con una dote troppo elevata. Le case non erano ancora vuote di figli, e Sardanapalo non aveva ancora insegnato ciò che a letto si può fare. Firenze non superava ancora Roma nel fasto, così come la supererà nella decadenza: io vedevo andare Bellincione Berti con una cintura di cuoio dalla fibbia d’osso, e sua moglie senza un viso eccessivamente truccato; le famiglie dei Nerli e dei Vecchietti si accontentavano di giubbe di pelli non conciate, e le loro donne stavano a casa a filare la lana: fortunate loro, ché ciascuna era certa di essere sepolta nella propria città, e nessuna si trovava sola nel letto perché il marito stava in Francia a mercanteggiare. L’una si occupava della culla vezzeggiando il bambino con quel linguaggio che tanto diverte i giovani genitori, l’altra filando raccontava le storie di Troia, di Fiesole e di Roma. Allora avrebbe destato tanta meraviglia una Cianghella o un Lapo Salterello (una donna scostumata e un politico corrotto) quanta oggi ne desterebbe un Cincinnato o una Cornelia (un uomo integro e una moglie onesta)”.
In una città così serena, con concittadini fidati e dolce vita, nacque egli, e fu battezzato Cacciaguida nell’antico battistero: suoi fratelli furono Moronto ed Eliseo, sua moglie venne dalla pianura Padana portando il nome che fu poi del figlio (Alighiero). Poi egli seguì l’imperatore Corrado III di Svevia, che lo fece cavaliere, nella seconda crociata, dove morì.
Analisi del canto

Questo canto è il primo di un trittico dedicato al personaggio di Cacciaguida (gli altri due sono i canti XVI e XVII). Il trittico è posto esattamente al centro della cantica, il che, secondo il gusto medioevale, comporta un particolare rilievo.
L’estesa rievocazione della Firenze in cui Cacciaguida nacque, messa a confronto con la Firenze del tempo di Dante, fa rilevare la marcata decadenza dei costumi privati e pubblici. (Il canto successivo presenterà un’interpretazione delle ragioni di tale mutamento). Al di là dell’evidente idealizzazione di quell’epoca – lontanissima non nel tempo ma nei valori – occorre riconoscere nel testo dantesco l’intenzione di indicare che ciò che si è già realizzato nella storia recente (il riposato e bello viver di cittadini) ed è attestato da segni concreti (la campana della cerchia antica che ancora suona le ore) può essere ritrovato e rinnovato. Questo rientra nella dimensione profetica della Commedia e in particolare del Paradiso. In rapporto a questa convinzione acquista significato la stessa opera poetica di Dante, come spiegherà il canto XVII che chiude il trittico.

[/bibl]Paradiso – Canto quindicesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_quindicesimo&oldid=44923316 (in data 23 novembre 2011) [/bibl].

Lascia un commento