Canto XX Paradiso – (vv 1-148)

Testo del Canto XX del Paradiso (versi 1-148)

Quando colui che tutto ’l mondo alluma
de l’emisperio nostro sì discende,
che ’l giorno d’ogne parte si consuma, 3

lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende; 6

e questo atto del ciel mi venne a mente,
come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente; 9

però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci. 12

O dolce amor che di riso t’ammanti,
quanto parevi ardente in que’ flailli,
ch’avieno spirto sol di pensier santi! 15

Poscia che i cari e lucidi lapilli
ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli, 18

udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l’ubertà del suo cacume. 21

E come suono al collo de la cetra
prende sua forma, e sì com’ al pertugio
de la sampogna vento che penètra, 24

così, rimosso d’aspettare indugio,
quel mormorar de l’aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio. 27

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov’ io le scrissi. 30

«La parte in me che vede e pate il sole
ne l’aguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si vole, 33

perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
e’ di tutti lor gradi son li sommi. 36

Colui che luce in mezzo per pupilla,
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l’arca traslatò di villa in villa: 39

ora conosce il merto del suo canto,
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch’è altrettanto. 42

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
colui che più al becco mi s’accosta,
la vedovella consolò del figlio: 45

ora conosce quanto caro costa
non seguir Cristo, per l’esperïenza
di questa dolce vita e de l’opposta. 48

E quel che segue in la circunferenza
di che ragiono, per l’arco superno,
morte indugiò per vera penitenza: 51

ora conosce che ’l giudicio etterno
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de l’odïerno. 54

L’altro che segue, con le leggi e meco,
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco: 57

ora conosce come il mal dedutto
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. 60

E quel che vedi ne l’arco declivo,
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo: 63

ora conosce come s’innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora. 66

Chi crederebbe giù nel mondo errante
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante? 69

Ora conosce assai di quel che ’l mondo
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo». 72

Quale allodetta che ’n aere si spazia
prima cantando, e poi tace contenta
de l’ultima dolcezza che la sazia, 75

tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
de l’etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell’ è diventa. 78

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
tempo aspettar tacendo non patio, 81

ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste. 84

Poi appresso, con l’occhio più acceso,
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso: 87

«Io veggio che tu credi queste cose
perch’ io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose. 90

Fai come quei che la cosa per nome
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome. 93

Regnum celorum vïolenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate: 96

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza. 99

La prima vita del ciglio e la quinta
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta. 102

D’i corpi suoi non uscir, come credi,
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. 105

Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
e ciò di viva spene fu mercede: 108

di viva spene, che mise la possa
ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia esser mossa. 111

L’anima glorïosa onde si parla,
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potëa aiutarla; 114

e credendo s’accese in tanto foco
di vero amor, ch’a la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco. 117

L’altra, per grazia che da sì profonda
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l’occhio infino a la prima onda, 120

tutto suo amor là giù pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l’occhio a la nostra redenzion futura; 123

ond’ ei credette in quella, e non sofferse
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse. 126

Quelle tre donne li fur per battesmo
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più d’un millesmo. 129

O predestinazion, quanto remota
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion tota! 132

E voi, mortali, tenetevi stretti
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti; 135

ed ènne dolce così fatto scemo,
perché il ben nostro in questo ben s’affina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo». 138

Così da quella imagine divina,
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina. 141

E come a buon cantor buon citarista
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto acquista, 144

sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
ch’io vidi le due luci benedette,
pur come batter d’occhi si concorda, 147

con le parole mover le fiammette.



 

Temi e contenuti

  • Canto degli spiriti giusti – versi 1-15
  • L’occhio dell’Aquila – vv. 16-78
  • La salvezza di Rifeo e di Traiano – vv. 79-129
  • La predestinazione – vv. 130-148

Sintesi

Come il sole che al tramonto lascia il cielo buio, ma poi illumina di nuovo la notte riflettendo la propria luce nelle stelle, così l’Aquila, terminato il discorso del canto precedente, riprende il canto attraverso le innumerevoli luci delle anime dei giusti nel cielo di Giove, canti così dolci che Dante non può ricordarli, ma nei quali arde l’amore di Dio.
Dopodiché l’Aquila riprende a parlare, attirando l’attenzione dell’autore sul proprio occhio, formato da sei anime che vengono quindi presentate. La pupilla è formata da Davide, re d’Israele e «cantor dello Spirito Santo» (salmista), che trasferì l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme. Dei cinque poi che formano le ciglia dell’Aquila, il più vicino al becco è l’imperatore Traiano, che fece giustizia a una vedova cui era stato ucciso il figlio (come narrato in un exemplum di umiltà nel canto X del Purgatorio), e che ora sa quanto costi non seguire il Cristo, avendo sperimentato ambedue le vite ultraterrene (il Limbo nell’Inferno e il Paradiso — vedi più avanti); segue Ezechia, re di Giuda, che ottenne da Dio di differire la morte di quindici anni per fare penitenza dei suoi peccati; poi vi è l’imperatore Costantino, che fu causa involontaria della rovina del mondo, pur mosso da ottime intenzioni, avendo consegnato Roma al papa Silvestro II e trasferito la capitale dell’Impero a Costantinopoli[1]; segue Guglielmo II di Sicilia, rimpianto da quelle terre che soffrono per i loro re attuali (la Puglia sotto Carlo II d’Angiò e la Sicilia sotto Federico II d’Aragona); e infine Rifeo, troiano che compare nell’Eneide, II, come «iustissimus unus», “il più giusto di tutti”.
Questi sei personaggi sono presentati con notevole cura: a ciascuno infatti sono dedicate due terzine, la prima di presentazione e la seconda, introdotta dall’anafora «ora conosce …», che suggerisce un giudizio morale. Questi sei personaggi, tratti da diverse fonti con gran libertà, rappresentano l’interezza dell’esperienza umana, e, in quello che rappresentano, i vari aspetti della giustizia terrena; infatti:
due di essi sono tratti dalla Bibbia:
Davide è esaltato per la sua assoluta religiosità,
Ezechia come esempio della speranza assoluta verso Dio;
due sono imperatori antichi:
Traiano famoso per la sua giustizia,
Costantino primo imperatore cristiano;
uno è moderno:
Guglielmo detto “il Buono”;
uno è un personaggio letterario:
Rifeo, il più rigido osservante della giustizia.
Dopo l’enumerazione dei giusti, in Dante sorgono dei dubbi che, benché sappia siano chiaramente visibili ai beati, egli si affretta ad esprimere, facendo illuminarsi di gioia l’Aquila per il piacere di rispondergli. Egli chiede come sia possibile che si trovino nel Paradiso le due anime di Rifeo e Traiano, che furono pagane. L’Aquila allora risponde che essi non morirono, come egli crede, pagani, ma cristiani, avendo creduto l’uno in Cristo venturo e l’altro in Cristo venuto. Poi dedica quattro terzine a ciascuno di essi:
Traiano tornò dall’Inferno per le fervide preghiere di san Gregorio Magno, che ottenne da Dio che egli risuscitasse per breve tempo, e in quel tempo si accese tanto di amore divino da guadagnarsi la beatitudine alla seconda morte.
Rifeo pose tutto il suo amore nella giustizia, a tal punto che Dio lo illuminò della sua Grazia concedendogli di conoscere la futura Redenzione; cosicché egli non sopportò più il paganesimo e fu battezzato, mille anni prima che il battesimo fosse istituito, dalle tre virtù teologali (Fede, Speranza, Carità).
L’Aquila passa quindi all’esaltazione della predestinazione, inconoscibile per gli uomini, in base alla quale ammonisce i mortali a non giudicare affrettatamente, dal momento che neanche i beati sanno ancora chi siano tutti gli eletti. Mentre così parla l’Aquila, le due anime di Traiano e di Rifeo accompagnano le sue parole con lo scintillare delle loro «luci benedette».

Analisi del canto

Nella seconda parte del canto viene affrontata una scottante questione teologica, quella della predestinazione: l’Aquila inizia la sua spiegazione con l’enunciare un concetto generale, e cioè che un amore intenso e una viva speranza possono fare violenza sul Regno dei Cieli e vincerlo, ma non come un uomo di solito ne sconfigge un altro, ma perché è lui a voler essere vinto, e così in ultima analisi risulta il vero vincitore nella sua benevolenza:
« Regnum coelorum violenza pate
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontade;
non a guisa che l’uomo a l’uom sobranza;
ma vince lei perché vuol esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza. »

(vv. 94-99)
Tale concetto si basa sui Vangeli di Matteo e Luca, e sull’autorità dei grandi Padri: san Paolo infatti aveva affermato che Dio desiderava la salvezza per tutti gli uomini, se questi pure la volevano e facevano in modo di avvicinarsi a Lui; mentre san Tommaso cita molti pagani cui Cristo fu rivelato. Altri esempi come quelli citati in questo canto si ritrovano nella Divina Commedia, e ciò conferma l’ammonimento agli uomini a non giudicare secondo una logica umana: nella sua giustizia imperscrutabile e infinita misericordia, infatti, Dio ha permesso che fosse salvato Catone, custode del Purgatorio benché suicida, e Manfredi, scomunicato dal papa e che invece troviamo nell’Antipurgatorio, pronto a iniziare il proprio cammino di espiazione: entrambi questi personaggi, nel giorno del Giudizio, vedranno la salvezza.
Nella salvezza di Rifeo, poi, personaggio assolutamente marginale nell’Eneide e qui recuperato da Dante quale oscuro eroe, simbolo esemplare dei modi misteriosi e imprevedibili con cui opera la Grazia nella scelta dei suoi eletti, possiamo leggere anche una posizione letteraria dell’autore, che esprime la possibilità di riscattare il valore morale della classicità, esperienza umana e letteraria fondamentale per Dante, che non a caso assume come guida — morale e letteraria — il suo maggior rappresentante Virgilio.

[/bibl]Paradiso – Canto ventesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Paradiso_-_Canto_ventesimo&oldid=40033484 (in data 24 novembre 2011) [/bibl].

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