Canto XXXI Inferno – (vv 46-81) – Nembrot
Testo e commento del Canto XXXI dell’Inferno (versi 46-81)- Nembrot
E io scorgeva già d’alcun la faccia, le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, e per le coste giù ambo le braccia. 48 Natura certo, quando lasciò l’arte di sì fatti animali, assai fé bene per tòrre tali essecutori a Marte. 51 E s’ella d’elefanti e di balene non si pente, chi guarda sottilmente, più giusta e più discreta la ne tene; 54 ché dove l'argomento de la mente s'aggiugne al mal volere e a la possa, nessun riparo vi può far la gente. 57 La faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma, e a sua proporzione eran l’altre ossa; 60 sì che la ripa, ch’era perizoma dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto di sovra, che di giugnere a la chioma 63 tre Frison s’averien dato mal vanto; però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto. 66 "Raphèl maì amècche zabì almi", cominciò a gridar la fiera bocca, cui non si convenia più dolci salmi. 69 E ’l duca mio ver’ lui: "Anima sciocca, tienti col corno, e con quel ti disfoga quand’ira o altra passïon ti tocca! 72 Cércati al collo, e troverai la soga che ’l tien legato, o anima confusa, e vedi lui che ’l gran petto ti doga". 75 Poi disse a me: "Elli stessi s’accusa; questi è Nembrotto per lo cui mal coto pur un linguaggio nel mondo non s’usa. 78 Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; ché così è a lui ciascun linguaggio come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto". 81
Intanto Dante inizia a scorgere la faccia, il petto, il ventre e braccia pendenti lungo i lati del gigante più vicino, A questa visione straordinaria viene in mente al poeta una riflessione sulla Natura, che secondo lui fece bene a cessare l'”arte” di creare tali esseri, così spesso esecutori di Marte, cioè strumento di guerra; essa crea ancora elefanti e balene senza pentirsene, e in questo chi guarda sottilmente la giudica giusta e discreta: poiché nei giganti si sommano la ragione e il mal volere alla potenza, contro le quali nessuno può ripararsi; nei grandi animali no.
La faccia del gigante ricorda a Dante la Pina di San Pietro, una pigna in bronzo di fattura romana che allora era situata davanti alla chiesa del papa e che oggi si trova nel cortile creato da Bramante nei Palazzi Vaticani: era alta quasi quattro metri; le altre membra, descrive Dante, erano proporzionate a tale misura (è la prima delle nozioni metriche che il poeta mette a dare realismo alla descrizione e che per ogni gigante danno un risultato attorno ai 25 metri).
L’argine (la ripa) gli fa da perizoma (parola piuttosto dotta per l’epoca, che deriva dal greco, presente nella Genesi a proposito della veste di Adamo e in Isidoro da Siviglia) e ne sporgeva abbastanza che tre frisoni (abitanti della Frisia creduti come della popolazione più alta al mondo) non sarebbero arrivati dall’argine ai suoi capelli: era infatti alto 30 palmi abbondanti da dove si vedeva fino a dove si attacca il mantello (le spalle). Queste misura danno più o meno lo stesso risultato di circa 25 metri d’altezza in proporzione.
« Raphèl maì amècche zabì almi »
(v. 67)
Il Pozzo dei Giganti, illustrazione di Giovanni Stradano (1587)
Il gigante allora parla, ma il suo grido non è un “dolce salmo” e Virgilio lo rimprovera dicendogli di sfogarsi piuttosto col corno e indicandoglielo ben tre volte chiamandolo anima sciocca e anima confusa, al che alcuni hanno creduto che così Dante volesse indicare la stupidità dei giganti; in realtà la questione non è così semplice e tutto sommato non vi sono elementi sufficienti per valutare.
Per quanto riguarda l’oscura frase essa non ha dato luogo a grandi studi circa il suo significato, che Virgilio stesso definisce pochi versi dopo come incomprensibile, a differenza del più conosciuto Pape Satàn. Piuttosto è stata a lungo discussa la sua accentazione per questioni di metrica difficili da valutare in opresenza di questo linguaggio non reale.
Parlando con Dante Virgilio spiega come questo sia Nembrot (o Nimrod), gigante biblico, che si rivela per quello che è: legato alla leggenda della Torre di Babele (secondo la dottrina dei padri della Chiesa, che collegava due passi non correlati della Genesi, X 8-10 e XI 1-9) egli usa un linguaggio che comprende solo lui e non comprende nessuna parola umana, quindi si può solo lasciarlo stare, per non parlare a vòto. La lingua di Nemrut sarebbe quindi la lingua pura delle origini (prima della catastrofe della Torre di Babele) oppure sarebbe la conseguenza, più probabilmente del fatto che a chi fosse in posizione più alta ricevette una lingua più degradata: essendo Nimrod il re di Babilonia che aveva avviato l’impresa, egli ricevette una lingua “ignobile”, che Dante sottolinea con parole tronche, suoni duri (“z”, doppie consonanti…) e andamento disarmonico.
[/bibl] Inferno – Canto trentunesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_trentunesimo&oldid=39098558 (in data 19 novembre 2011).[/bibl].