Tieste

Introduzione

Il Tieste è una tragedia composta da Ugo Foscolo probabilmente nel 1795 e revisionata da Melchiorre Cesarotti. Essa venne rappresentata per la prima volta con grande successo al teatro Sant’Angelo di Venezia il 4 gennaio 1797 dalla compagnia di Giuseppe Pellandi. Il testo della tragedia, revisionato e corretto, venne pubblicato nello stesso anno della rappresentazione con una dedica a Vittorio Alfieri e incluso nel X tomo del “Teatro moderno applaudito”, una pubblicazione periodica dell’editore Fortunato Stella di Venezia.

La tragedia è composta da versi endecasillabi e divisa in cinque atti rispettando così la tradizione pseudoaristotelica e si svolge nell’arco di una giornata nella reggia di Argo. Al centro della vicenda vi è il drammatico antagonismo del re di Argo, Tieste, e di suo fratello Atreo nei confronti di Erope.

Atto I

Erope, che ama Tieste ed era già stata a lui felicemente promessa in sposa, viene costretta dal padre Cleonte a sposare suo fratello, il re Atreo che, a causa della sua invadenza, verrà in seguito mandato a morte. Erope però non è riuscita a vincere la passione per Tieste dal quale ha avuto un bambino, ma Atreo, saputa la cosa e con l’animo pieno di rancore, riesce a sottrarlo alla madre e a consegnarlo ai custodi.
Erope riesce a strappare ai custodi il figlio ma la madre di Atreo e di Tieste, Ippodamia, la convince a consegnarle il bambino con la promessa che lo avrebbe salvato.

Atto II

Intanto Tieste, che era stato mandato in esilio dal fratello, dopo cinque anni ritorna ad Argo spinto dalla falsa notizia che Erope era morta. Giunto ad Argo chiede alla madre di farlo incontrare con Erope. Ippodamia lo nasconde nel tempio dove viene sorpreso da Atreo al quale ella chiede pietà per i due infelici. Il re si dimostra però inesorabile e minaccia di uccidere il bambino che era stato rapito ai custodi.

Atto III

Ippodamia ed Erope convincono Tieste, al quale rivelano la nascita del figlio, a fuggire, ma Atreo sopraggiunge e avendo compreso dal pianto della madre che il fratello è nascosto nella reggia, la fa circondare dai soldati armati.

Atto IV

Erope e Tieste, durante la notte, s’incontrano nel tempio. Tieste vuole uccidere il fratello ma sopraggiunge Atreo che consegna alle guardie i due colpevoli. Ippodamia, saputo quanto successo, accorre ma invano domanda al figlio Atreo qual è la sorte destinata al fratello.

Atto V

Atreo, che è deciso a vendicarsi, chiama al suo cospetto Erope e Tieste il quale dichiara di preferire la morte piuttosto di rinunciare ad Erope. Ippodamia intanto prega disperatamente il crudele figlio di risparmiare Tieste e di avere pietà. Atreo allora finge di esaudirla e abbracciato il fratello gli offre una coppa. Giunta la coppa della riconciliazione, Tieste l’avvicina alle labbra ma si accorge che essa non contiene vino ma il sangue del figlioletto che Atreo ha ucciso e fatto svenare. Allora, in un impeto di dolore e maledicendo il fratello, si uccide. Erope è invasa da tale dolore che cade a terra tramortita.

Testo Atto I

Scena 1 (Sala reale Erope con un Fanciulletto a mano)

Erope

D’empj rimorsi oggetto, infausto, caro

Pegno d’amor, de’ miei delitti o negra,

O spaventosa immago!… Oh! vien

abbraciandolo; pur veggo

In te il conforto mio. Figlio, tu acerbo

Finor mi fosti, e forse… Ahi! quanto acerbo

Più mi sarai! – Ma già su te l’estreme

Lagrime spargo. – O notte, orrida notte

Di profanato amor! volgon cinqu’anni,

Che ad ogni istante a comparir mi torni

Da mie vergogne avvolta; e mi rinfacci

Il vïolato talamo, la fiamma

Che accesero le furie, e che m’avvampa

Tuttor nel sen, mi rode, e viver fammi

Vita d’inferno. O figlio, o di Tïeste

Sola e trista memoria, io t’amo, e sei

Tu di me degno, e dell’infame casa

In cui scorre tuttor sangue di padre.

Scena 2 (Ippodamia, e Detti)

Ippodamia

Incauta! e a’ suoi custodi il fanciulletto

Rapire osasti? e del furor d’Atreo

Non temi tu? Qui di te vengo in traccia,

Qui a ritorti tuo figlio, ed altri atroci

Delitti risparmiare a questa reggia

Contaminata ahi! troppo.

Erope

A me dal seno

Strappar mio figlio! Oh! di Tïeste è figlio

Questo e di Erope misera: non l’ira

Del re tremenda, non di morte l’aspra

Minaccia rapiran da disperata

Madre l’unico pegno.

Dopo breve silenzio, al Fanciulletto

Ah! vieni al fine:

D’Atreo dalle spietate man ti svelsi,

Ma per morir; insiem scorrasi misto

Il sangue nostro: a tante stragi queste

S’aggiungan. Nero alto è delitto, il veggo;

Ma per noi necessario; ma dai numi

Decretato ed accetto. Io… la… tua… vita…

All’ombre inferne con la mia consacro.

Impugnando un ferro per uccidere il Fanciulletto.

Ippodamia

(trattenendola)

Forsennata! a me il ferro…

Le strappa il ferro e lo ripone

Lutti, colpe

Non bastano oggimai? sazia non credi

Ancor l’ira del Ciel?

Erope

Sangue mi grida

Il mio rimorso, sangue; e da me il chiede

Del padre mio l’ombra tradita. In questa

Reggia lo vidi agonizzar: qui ’l nome

Proferì di Tïeste, e i neri inganni

Svelò d’Atreo. – Son io men rea? Ti fui,

Padre, causa di mali, ed io fui mezzo

D’iniquità: scritta è vendetta in cielo;

E il Ciel sazio non fia, s’io pria non pero.

Ippodamia

Qual da’ tuoi detti feroce traluce

Disperazion? Tal non ti vidi io mai.

Misera! e qual colpa n’hai tu? Rapita

Del tuo Tïeste dalle braccia, e indotta

Dall’irritata ambizïon del padre

A’ voleri d’Atreo, non soffocasti

Sin da quel giorno astretta a dover sacro

Tue prime fiamme?

Erope

Ahi! di lusinga questi,

Di pietà troppa accenti son. Non vedi

A te dinanzi di Tïeste un figlio,

Figlio di me, sposa ad Atreo? – Me lassa! –

È ver, dal dì che Atreo ruppe que’ nodi,

Ond’ei mi strinse con Tïeste, e truce

All’amor mio rapimmi, e l’infelice

Fratel dannò ’n Micene, onde träesse

Oscuri giorni abbandonato e solo,

È ver, di morte affanni, iniqui e incerti

Serrai contrasti nel mio sen: ma tutta

Ubbidïenza al sire, amore, e fede

Apparire tentai. – Che pro? più ardea

Di me Tïeste: di Micene sua

Tu il sai, lasciò l’esiglio: ansio, furente

Un giorno, innanzi ch’io giurassi all’ara

Qui…

Ippodamia

Istoria triste a che rinnovi? Solo

Quell’istante per lui, per te fatale

Per sempre ci fu: dalla gelosa possa

Del re fugato, d’ogni bene in bando

Vive. Fu il reo Tïeste; e pena ahi! troppa

Sottentrò al suo delitto.

Erope

Al suo!

Ippodamia

Delitto

N’hai forse tu? Tuo vano schermo apponsi

A colpa?

Erope

Al suo delitto! Error comune

Comun chiede gastigo: a lui più ch’altro,

Ferro oppor io dovea: non debil mano

Di debil donna. – E ben: io lo mertai

Il supplizio, a cui corro, e ’l Ciel lo vuole;

Ippodamia

Ma il figlio tuo? ma un innocente? Oh numi!

Qual è il delitto suo?

Erope

Di colpa è questo

Frutto esecrando, e di colpa è rampogna.

Ma oimè! non tu, figlio, sol io

La cagione, io ne son… Pure morrommi;

E in mezzo al duol te lascerò? Tu vivi,

E ti segue ognor morte: Atreo non spira,

Che per sfamar sua rabbia in te: nel scorno

Benchè tu nato, mi sei figlio, e merti

Quella pietà che per me cerco. Invano

E doni e pianti avrò d’aspri custodi

A’ piedi sparso? – No, s’io ti dischiusi

Dalla ferrea prigion, per morir teco

Ti schiusi; per morir…

Ippodamia

A che tant’ira?

Qual n’hai ragion? D’Atreo, gli è ver, tu soffri

Dispregio sì, ma non a tal, che tanto

Ti spiri eccesso.

Erope

Ippodamìa, nell’alma

Udisti mai rimorsi? Empia, abborrita

Passion t’agitò mai? Di madre i palpiti

Troppo presaghi, che mio figlio un giorno

Vedrommi a’ piedi strazïar, e senza

Poter prestargli aïta? Ah! tu mal provi

Quanto mi lania e mi dispera. Oh truce

Pena del mio misfatto! Orror succede

A orror: veggo Tïeste egro rammingo

Per le terre non sue, squallido, solo

Gir strascinando una vita languente,

De’ suoi rimorsi preda: ora l’ascolto

Gemebondo invocar Cocito, e ’l giorno

Maladir che mi vide: or mi s’affaccia

Ombra di morte, e con le mani scarne,

Colle livide braccia il crine, il petto

Afferrami, distrignemi, e mi grida

All’Averno, all’Averno. – Ah! sì, ti sieguo,

Ombra amata…

Ippodamia

Che di’? come! tu l’ami

Ancor?

Erope

Io l’amo?… Io lui?… No: quando amai,

Sposa non era al re. Misera! Tace

Ogni dover, se si rïalza amore

Dentro ’l mio petto. – Or ben; odilo: l’amo;

Sì, l’amo; ah non l’amassi, o almen cotanto

Non l’abborrissi! chè s’io lo rammento,

L’odio d’Atreo spaventami. Lo scaccio

Da’ miei pensieri; ei la cagion di tutti

I miei disastri, ei fu: ei mi sorprese;

Ei vïolò di suo fratello il sacro

Talamo nuzïale… Ah! tutto, tutto

Io mi rimembro invano, e invan lo scaccio;

Ch’ei qual despota torna, e a’ primi ardori,

E ad altre colpe mi sospinge, ed io

Fra gli attentati ondeggio e fra i rimorsi.

Ippodamia

Quanta mi fai pietà! Pur tu dovresti

Pietosa esser con me: poichè di grandi

Dolor causa mi fosti, e ancor lo sei,

E d’esserlo pur brami? Ancor soppresso,

Ancor non hai quell’ardore esecrando,

Alta cagion di rancor, di vergogna?

Per te passo miei dì penosi, in grembo

A’ sospetti ed affanni.

Erope

Odiami: degna

Sono dell’odio tuo: bersaglio femmi

De’ suoi colpi il destino; odiami: io vivo

Per più penar; eseguirai mio fato. –

Ma omai viver non posso: i numi, i numi

Col cenno lor mi spingono a’ misfatti.

Odi, e poi danna i miei trasporti crudi.

Mentre all’orror di notte ululi, gemiti,

E pianti diffondea su le passate

Sventure, su mio figlio, e su… Tïeste,

Ecco m’odo tuonar d’alto spavento

Voce, e di pianto intorno. A che ti stai?

Grida: s’appressa l’ora, e ’l figlio tuo

Pasto sarà de’ padri suoi. M’arretro:

T’arma, ferisci, vittima innocente

Fia cara al Cielo; schiverà delitti. –

E voce fu d’un dio: l’udii pur ora

Nella gemente stanza rimbombar.

Ippodamia

accesa fantasia, figlia, son vote

Larve, che a’ sensi tuoi tuo duol presenta

Ad angoscia maggior. Ma, e tu lor badi?

Sta in te, le scaccia.

Erope

Oh! mal t’apponi. E come

Che le scacci vuoi tu? Co’ miei rimorsi

Deggion esse svanir; co’ miei rimorsi

Mi seguiran perfino entro il sepolcro. –

Pace una volta, pace. – Io non lo merto

Perdon, nè il chieggo: ma perchè d’Atreo

Non scoppia il sanguinoso rancor cupo

A giusta pena? A che mi serba? – Ahi! forse

All’inteso presagio.

Ippodamia

E che? d’Atreo

Qual mai tema n’hai più?

Erope

Non è ancor caldo

Il ferro, ond’ei sotto amistà mi spense

Il genitor? non odi aspre parole

Di menzogna e rimbrotto? irati sguardi

Non vedi in fiel cospersi?… Obbrobrïoso

Ripudio?… atre rattenute minacce?…

Il suo cor?… tutto, tutto?

Ippodamia

I tuoi timori

Fanti veder più che non è. Ma, il credi,

Altri oggimai pensier…

Erope

E quai pensieri,

Tranne quei di vendetta? Io non mi lagno

Di sue rampogne; giuste son, le fuggo,

Ed a tacite lagrime le sconto.

Ma a che di questo misero, di questo

Innocente fanciul, figlio, che un giorno

Odierà i suoi natali, i giorni in fosca

Prigion rinserra? A che mai farne? Il credi:

Ippodamìa, fuor che di sangue, Atreo

Altro non ha pensier.

Ippodamia

Madre gli sono,

Nè vuoi ch’io lo conosca? A fondo io leggo,

Erope, nel suo cor. T’accerta, ad altro,

Che a nuovi eccessi, ci pensa. Il pargoletto

Troppo rileva custodire: ei l’ama,

Chè di Pelope in lui pur scorre il sangue.

Discaccia alfine i tuoi sospetti, e, il credi:

Pur ei saggio previde. In Argo è sparsa

Fama, che di Tïeste…

Erope

E dove mai

Non s’udì il mio delitto?

Ippodamia

Or statti, e m’odi.

Temer del vulgo i detti a un re conviensi,

E cercar di sopirli. Egli l’oggetto

Al vulgo cela, onde copra silenzio

Lo scorno de’ Pelopidi, ed il tempo

Ogni memoria ne cancelli. Intanto

Questo fanciullo al carcere si renda,

Onde d’Atreo l’ancor piaga stillante

Non s’inacerbi, e non inferocisca

Contro Tïeste, e contro noi.

Erope

Ben parli.

Ma tu, qual io, sei madre?

Ippodamia

Oh che di’ mai?

Non son io madre? e madre sommi, e sono

Preda anch’io di sventura: io vissi, e, lassa!

Ahi! troppo vissi, se veder dovea

Morti nefande, ed odj ed ire e guerre

Nella casa paterna. Io di Enomao

Prole infelice, a Pelope consorte,

Io madre, e madre di discordi figli,

Cui di rabbia nefaria impeto tragge

A sbranarsi fra lor, io sventurata,

Qual te, non sono? E soffrirò che sparso

D’innocente nipote il sangue sia?

No, tel giuro, non mai: per questo petto

Pria de’ il brando passar: vivrà tuo figlio,

Sgombra il timor, vivrà. Deh! a me l’affida;

Tutta la cura a me ne lascia.

Erope

– Or prendi.

Ma… oh dio!… deh… deh mi lascia… Almeno,

o madre,

Seco lui fuggirò… Romita, ancella,

Purchè sia con mio figlio… Ah lascia. – E dove?

Dove tu il condurresti!… Atreo!… di troppo

Ti fidi tu… No, no… lungi da questa

Reggia di sangue io me n’andrò … Ma il figlio,

Il figlio meco, e poi morir. – Sì … morte

Quanto più cara assai!… morte; sì, morte,

S’abbandona disperata sopra il Fanciulletto.

Ippodamia

Scena di lutto! Oh! figlia, Erope, al fine

Calmati; attendi del tuo fato i cenni:

Tal si de’ a’ sventurati.

Erope

I cenni e ’l fato

Sono di morte, e morte voglio.

Ippodamia

Indarno

Dunque fia ch’io ti prieghi! Il figlio tuo

L’avrai, ti rassicura: ah! soffri ancora

Per poco; il rendi a’ suoi custodi; Atreo

Mal soffrirebbe che degli ordin suoi

Si vïolasse il menomo: di lui

A’ piè mi prostrerò; bagnar di pianti

Mi vedrai le sue man; preci, scongiuri

Per te non fia ch’io mai risparmi; il sire

Si piegherà, lo spero; il figlio allora

Renderatti spontaneo. – E, chi sa!… forse,

Chi sa! umano ha core; a lui ti mostra

Più sommessa, men trista; i dì tranquilli

Rendratti forse dopo dolor tanto. –

Erope

Sì, l’abbandono a te:

abbandona il Fanciulletto a Ippodamìa

d’altri delitti,

Se fieno i suoi ed i miei dì cagione,

Colpa non io n’avrò, ma tu: lo grido,

E lo protesto a’ numi.

Terza Scena Ippodamia, il Fanciulletto

Ippodamia

E a’ numi eterni

Questo fanciul, quella misera donna

In cura io porgo. Di terror, di sangue
Irrequïeti omai gli anni trascorsero

Fra queste mura; ed io, madre infelice,

Altro non ho che il pianto… Il Ciel non cessa

Di punire le colpe: orrida pena

Della colpa di Tantalo, tu incalzi,

E piaghe a piaghe aggiungi, e truci a truci

Opre. – Ma alfin temp’è che ceda il giusto

Sdegno vendicator: no, tanti affanni

Non allettano i numi: in cor mel dice

Credula speme, fia che rieda pace.

Parte col Fanciulletto.

FINE DELL’ATTO PRIMO

Testo Atto II

Testo Atto III

Testo Atto IV

Testo Atto V

Tieste (Foscolo), http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Tieste_(Foscolo)&oldid=26822006(in data 9 gennaio 2010).
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