Canto XXXI Purgatorio – (vv 1-145)

Testo del Canto XXXI del Purgatorio (versi 1-145)

 
"O tu che se’ di là dal fiume sacro",
volgendo suo parlare a me per punta,
che pur per taglio m’era paruto acro, 3

ricominciò, seguendo sanza cunta,
"dì, dì se questo è vero; a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta". 6

Era la mia virtù tanto confusa,
che la voce si mosse, e pria si spense
che da li organi suoi fosse dischiusa. 9

Poco sofferse; poi disse: "Che pense?
Rispondi a me; ché le memorie triste
in te non sono ancor da l’acqua offense". 12

Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal "sì" fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste. 15

Come balestro frange, quando scocca
da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
e con men foga l’asta il segno tocca, 18

sì scoppia’ io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco. 21

Ond’ella a me: "Per entro i mie’ disiri,
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s’aspiri, 24

quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene? 27

E quali agevolezze o quali avanzi
ne la fronte de li altri si mostraro,
per che dovessi lor passeggiare anzi?". 30

Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
a pena ebbi la voce che rispuose,
e le labbra a fatica la formaro. 33

Piangendo dissi: "Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che ’l vostro viso si nascose". 36

Ed ella: "Se tacessi o se negassi
ciò che confessi, non fora men nota
la colpa tua: da tal giudice sassi! 39

Ma quando scoppia de la propria gota
l’accusa del peccato, in nostra corte
rivolge sé contra ’l taglio la rota. 42

Tuttavia, perché mo vergogna porte
del tuo errore, e perché altra volta,
udendo le serene, sie più forte, 45

pon giù il seme del piangere e ascolta:
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta. 48

Mai non t’appresentò natura o arte
piacer, quanto le belle membra in ch’io
rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; 51

e se ’l sommo piacer sì ti fallio
per la mia morte, qual cosa mortale
dovea poi trarre te nel suo disio? 54

Ben ti dovevi, per lo primo strale
de le cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era più tale. 57

Non ti dovea gravar le penne in giuso,
ad aspettar più colpo, o pargoletta
o altra novità con sì breve uso. 60

Novo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
rete si spiega indarno o si saetta". 63

Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti, 66

tal mi stav’io; ed ella disse: "Quando
per udir se’ dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando". 69

Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba, 72

ch’io non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l’argomento. 75

E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersïon l’occhio comprese; 78

e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch’è sola una persona in due nature. 81

Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l’altre qui, quand’ella c’era. 84

Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica. 87

Tanta riconoscenza il cor mi morse,
ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse. 90

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch’io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: "Tiemmi, tiemmi!". 93

Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l’acqua lieve come scola. 96

Quando fui presso a la beata riva,
’Asperges me’ sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. 99

La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. 102

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse. 105

"Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle. 108

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo". 111

Così cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi. 114

Disser: "Fa che le viste non risparmi;
posto t’avem dinanzi a li smeraldi
ond’Amor già ti trasse le sue armi". 117

Mille disiri più che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra ’l grifone stavan saldi. 120

Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti. 123

Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava. 126

Mentre che piena di stupore e lieta
l’anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta, 129

sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo. 132

"Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi",
era la sua canzone, "al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti! 135

Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele". 138

O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, 141

che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra, 144

quando ne l’aere aperto ti solvesti?


Accusa di Beatrice e confessione di Dante – versi 1-63
Beatrice continuando le accuse del canto precedente riprende, ma questa volta rivolgendosi direttamente a Dante:”O tu che sei dall’altra parte del fiume sacro (il Lete) di’, di’ se questo è vero! Alla grave accusa che ti ho mosso dev’essere unita la tua confessione”.
Ma Dante a quest’accusa non riesce ancora a rispondere, e Beatrice insiste: “Rispondimi, poiché la memoria del male che hai fatto non è ancora cancellata dall’acqua del fiume”. Allora la paura e la confusione spingono Dante a un misero “sì” che neanche si sente, ma si può intendere solo osservando il movimento delle labbra: per il peso della vergogna, il poeta scoppia in lacrime.
Aggiunge Beatrice: “Mentre seguivi i desideri che ti avevo ispirato e che ti portavano ad amare il bene più alto al quale si possa aspirare, quali terribili ostacoli hai trovato che ti hanno fatto cadere la speranza? E quali vantaggi e guadagni ti si mostrarono negli altri beni (quelli falsi), tali che tu ti mettessi a seguire loro?”
Dante sospira amaramente e con un filo di voce a stento risponde, tra le lacrime: “I beni del mondo mi hanno attirato con le loro false apparenze sviandomi, quando con la morte il vostro viso scomparve”. Beatrice commenta: ” La tua colpa è ben nota a Dio, e lo sarebbe anche se tu la tacessi o negassi. Tuttavia, quando il colpevole confessa, la giustizia del tribunale celeste diviene meno dura. Ma per potere in futuro resistere meglio alle attrattive fallaci, smetti di piangere e ascolta come la mia morte avrebbe dovuto indurti a seguire una via opposta a quella che hai percorso. Non ti è mai stata mostrata alcuna bellezza superiore a quella del mio corpo; se la mia morte ti ha dimostrato l’inconsistenza di quel bene terreno, quale altro bene poteva attirarti a sé? Avresti invece dovuto innalzare il tuo animo verso il cielo, seguendo me. Niente avrebbe dovuto appesantirti e piegarti a terra, né una giovane donna o altro piacere fuggevole. Se un uccellino implume deve subire due o tre insidie prima di riconoscere i pericoli, gli uccelli adulti sanno evitare i pericoli”.

Pentimento e svenimento di Dante – vv. 64-90
Dante pieno di vergogna resta muto a occhi bassi; e Beatrice lo esorta a levare il viso, anzi “la barba” per soffrire anche di più. In quel riferimento alla barba Dante coglie l’allusione alla sua età ormai matura, e con grande sforzo alza il viso. A questo punto si accorge che gli angeli cessano di spargere fiori e con sguardo ancora incerto osserva Beatrice, che gli appare tanto più bella rispetto alla Beatrice vivente, quanto quest’ultima aveva superato ogni altra donna. Riconosce allora con profondo rimorso il proprio errore e cade svenuto.
Immersione nel Lete – vv. 91-126
Quando torna in sé, Matelda è china su di lui e lo tiene stretto portandolo, immerso fino al collo nell’acqua del Lete, verso l’altra riva. Quando ormai è prossimo ad essa, Dante ode il canto degli angeli Asperges me (un versetto del Miserere); Matelda gli immerge il capo fino a fargli inghiottire l’acqua, poi lo solleva e lo fa entrate nel cerchio delle Virtù cardinali.
Esse cantando dicono di essere ancelle di Beatrice, alla quale lo guideranno; ma presso di lei subentreranno le Virtù teologali. Lo conducono quindi davanti al grifone che simboleggia Cristo, vicino al quale si trova Beatrice.
Con amore Dante guarda Beatrice, i cui occhi sono fissi nel grifone. L’immagine di questo si riflette negli occhi della donna trasformandosi (mostrando ora la natura divina ora quella umana).

Rivelazione di Beatrice – vv. 127-145
Mentre Dante si nutre intensamente di questo cibo spirituale, le tre Virtù teologali si avvicinano danzando e cantano un’invocazione a Beatrice perché sia generosa verso chi come Dante ha sofferto tanto per arrivare a lei, e gli mostri senza alcun velo il suo sorriso. La vista dello splendore di Beatrice, manifestazione della luce di Dio, è tale da superare qualunque capacità espressiva e poetica.

Analisi
Il canto è interamente centrato sul personaggio Dante e può essere interpretato in stretto collegamento con i primi due canti dell’Inferno. All’inizio del poema Dante presenta se stesso in una condizione di gravissimo traviamento spirituale, dal quale viene salvato grazie all’intervento di Virgilio (Inferno, I) sollecitato da Beatrice (Inferno, II).
Le cause e le manifestazioni di questa condizione di peccato non sono però rese esplicite; nel corso dell’opera e in particolare del Purgatorio si possono trovare indicazioni su peccati di superbia (canto XI), ma soltanto nella parte finale della cantica, ambientata nel Paradiso Terrestre, Dante-poeta rappresenta se stesso nell’atto di riconoscere l’errore che fu alla radice del suo grave traviamento.
Alla morte di Beatrice, la guida spirituale che lo aveva fino ad allora sostenuto, egli fu attratto da beni provvisori e deludenti (“o pargoletta / o altra novità con sì breve uso”). Si interpreta questa accusa di Beatrice come riferimento ad un’altra donna, evidentemente meno significativa sul piano spirituale, (cfr. Le Rime, LXXXVII e LXXXIX) e ad esperienze intellettuali problematiche.[1].
Si può dunque notare un collegamento col tema dell’origine del peccato nel rapporto con i beni terreni, trattato ad esempio nel canto XIX; nel XXXI tuttavia si esce dal linguaggio simbolico o filosofico per dare al tema evidenza drammatica attraverso il colloquio diretto tra Beatrice e Dante. Esso segue una scansione liturgica[2] (dalla contrizione del cuore, v.13 ss., all’aperta confessione, v.34 ss.) e contemporaneamente è permeato di elementi umani e psicologici: Dante-personaggio piange, sospira, fatica ad ammettere in parole la propria colpa; di fronte a lui Beatrice appare severa, a tratti ironica nel rimproverarlo per una condotta non scusabile in persona matura.
La seconda parte del canto (dal v.76) riporta il lettore al contesto, ovvero a quella scena solenne ed affollata di figure simboliche che si era presentata nel canto XXIX. Dante, sopraffatto dall’amore e dal pentimento, sviene; al suo riaversi, si rende conto di essere al centro di un rito di purificazione officiato da Matelda insieme alle Virtù cardinali e teologali. Egli contempla il grifone riflesso negli occhi di Beatrice e ne vede alternativamente le due nature, simbolo della natura divina e umana di Cristo. Solo a questo punto Beatrice rivela interamente il suo volto splendente.
È significativo che la doppia natura di Cristo sia vista da Dante negli occhi di Beatrice: allo stesso modo avverrà, all’inizio del Paradiso, il “trasumanar” che rende possibile all’uomo Dante l’ingresso nel mondo celeste; in seguito gli occhi di Beatrice saranno il tramite per il progressivo innalzarsi di Dante.
Il linguaggio è caratterizzato nella prima parte da un registro discorsivo, ricco di metafore che rappresentano i momenti psicologici; la seconda parte presenta uno stile più elevato e complesso, con pleonasmi (“vincer”, vv.83-84), iterazioni (v.93, 119, 133), similitudini (v.96, 118, 121).

[/bibl] Purgatorio – Canto trentunesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_trentunesimo&oldid=41840278 (in data 22 novembre 2011) [/bibl].

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