Canto VI Inferno – (vv 94-115) – Dannati dopo il Giudizio universale

Testo e commento del Canto VI dell’Inferno (versi 94-115 ) – Condizione dei dannati dopo il Giudizio universale

E ’l duca disse a me: "Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta: 96

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba". 99

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura; 102

per ch’io dissi: "Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?". 105

Ed elli a me: "Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza. 108

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta". 111

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada: 114

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.


Virgilio prosegue dicendo che durante il giorno del Giudizio ogni anima riprenderà il proprio corpo e udirà quel ch’in etterno rimbomba, cioè la sua sentenza definitiva di condanna. Nel frattempo, mentre passano nella sozza mistura di anime e fango, Dante prende lo spunto per chiedere se i dannati, dopo la gran sentenza, avranno pene accresciute, minori o tali e quali. Virgilio risponde ma non prima di aver invitato Dante a tornare alla sua scienza, cioè a ragionare assennatamente: quando una cosa è più perfetta, perché unione di corpo ed anima, ogni sentimento è amplificato e quindi le anime sentiranno maggiormente il bene e così anche il dolore; e sebbene questa gente maladetta non sarà mai in vera perfezion, essa aspetta di miglior grado più il futuro (il di là) che la loro condizione attuale (di qua).
Così essi girano in tondo lungo il cerchio, parlando di molte altre cose che Dante non riporta (è già la seconda volta che tace, dopo la conversazione con i quattro grandi poeti nel Limbo). Arrivano così al punto dove si digrada e qui trovano il guardiano del cerchio successivo: Pluto, il gran nemico.
All’interno della Divina Commedia questi passi costituiscono una primizia: è questo il primo punto in cui Dante tratta di una questione dottrinale. Prende come riferimento, in questo passo del VI canto della cantica infernale, Aristotele (“tua scienza” = la scienza che tu hai ben studiato, della quale sei a conoscenza) e la stessa dottrina di Tommaso d’Aquino
Il contrappasso [modifica]

La pena dei golosi è una punizione di contrappasso per analogia generica: in quanto simili a bestie in vita saranno accovacciati per terra come animali, nella loro sporcizia e flagellati dalle intemperie. Essi infatti sono prostrati a terra e la pioggia li fa urlare come cani (come bestie); essi si fanno schermo l’un l’altro (strisciando quindi come vermi) e si rigirano spesso, questi miseri profani.
In questo canto il contrappasso, oltre che per analogia, può essere anche per contrasto: come in vita i golosi sono andati alla ricerca delle più grandi prelibatezze culinarie, così all’inferno sono costretti a stare sdraiati nel fango sotto una pioggia greve e maleodorante.

[bibl]Inferno – Canto sesto, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Inferno_-_Canto_sesto&oldid=44387114 (in data 7 novembre 2011).[/bibl]

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