Canto XIII Purgatorio – (vv 130-154) -Colloquio con Dante
Testo e commento del Canto XIII del Purgatorio (versi 130-154)- Colloquio con Dante
Ma tu chi se’, che nostre condizioni vai dimandando, e porti li occhi sciolti, sì com’io credo, e spirando ragioni?". 132 "Li occhi", diss’io, "mi fieno ancor qui tolti, ma picciol tempo, ché poca è l’offesa fatta per esser con invidia vòlti. 135 Troppa è più la paura ond’è sospesa l’anima mia del tormento di sotto, che già lo ’ncarco di là giù mi pesa". 138 Ed ella a me: "Chi t’ ha dunque condotto qua sù tra noi, se giù ritornar credi?". E io: "Costui ch’è meco e non fa motto. 141 E vivo sono; e però mi richiedi, spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova di là per te ancor li mortai piedi". 144 "Oh, questa è a udir sì cosa nuova", rispuose, "che gran segno è che Dio t’ami; però col priego tuo talor mi giova. 147 E cheggioti, per quel che tu più brami, se mai calchi la terra di Toscana, che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. 150 Tu li vedrai tra quella gente vana che spera in Talamone, e perderagli più di speranza ch'a trovar la Diana; 153 ma più vi perderanno li ammiragli".
Chiede poi a Dante chi sia e come mai parli respirando (cioè sia vivo) e, come intuisce, ci veda. Dante risponde che anche a lui, dopo la morte, toccherà la pena degli invidiosi, ma per un tempo minore rispetto a quella che sconterà per la superbia, pena che teme maggiormente e per la quale si sente già il peso del masso sulle spalle. Aggiunge che l’anima silenziosa al suo fianco è la sua guida, e offre a Sapìa di ricordarla ai viventi perché possano pregare per lei.
Sapìa, meravigliata per l’eccezionale condizione di Dante, gli chiede di risollevare la sua fama tra i suoi parenti, ma definisce con una perifrasi (in cui forse risuona una nota di scherno) i senesi come coloro che si sono illusi di trovare un inesistente fiume sotterraneo e di ritrovare la perduta grandezza comprando il porto di Talamone.
Analisi
Il canto è costruito sul tema della cecità, a partire dall’uso dell’etimo di “invidia” (da “in+videre”, in latino guardare contro, guardare con ostilità). La vista è tolta con una forma di contrappasso particolarmente penosa, descritta con precisione nei molti particolari e rafforzata dalla similitudine con i ciechi mendicanti alle porte dei santuari.
L’assenza di vista sembra riflettersi anche nell’assenza di colore che connota questo girone, uniformemente grigio, anzi “livido”, sia nella roccia sia nelle vesti dei penitenti. Quasi spettrale anche l’effetto delle voci che arrivano in volo e subito si allontanano, e dei frammenti di litanie afferrati da Dante prima di vedere, con dolore e compassione, la schiera degli invidiosi.
Essi, che in vita ebbero sentimenti ostili e malevoli verso gli altri, ora si sostengono a vicenda: è una manifestazione di quello spirito di carità che, in quanto virtù contraria al peccato dell’invidia, contribuisce alla purificazione delle anime.
Anche Dante si riconosce macchiato dall’invidia, ma in misura minore rispetto al peccato di superbia, sul quale ha avuto modo di riflettere percorrendo il primo girone, la cui pena ancora lo tormenta interiormente.
Mentre nel canto XI Dante ha incontrato tre diversi personaggi, ora, nel quadro desolato del secondo girone, solo una voce si fa sentire, dapprima con toni cortesi, poi con accenti di pentimento e di gratitudine per chi l’ha aiutata con la sua preghiera. Lo sfondo della vita di Sapìa è ancora una volta la Toscana della seconda metà del Duecento. Qui la città in primo piano è Siena, definita piena di gente vana ossia vanitosa e superficiale, come già nel canto XXIX dell’Inferno (v. 122). Però, tra tanti stolti, ci fu a Siena un modesto artigiano che per pura generosità pregò per Sapìa, così da abbreviarne la sosta nell’Antipurgatorio, dato che essa si era pentita solo sul finire della vita.
Nelle parole di Sapìa non manca qualche traccia di ironia, non solo verso i concittadini (vv.151-154), ma anche verso se stessa, come nei vv.109-110 e nel v. 123 dove paragona se stessa al merlo che si illude che sia finito l’inverno quando appare un barlume di sole (come nel detto proverbiale sui giorni della merla).
Dell’identità storica di Sapìa si hanno poche notizie: dovrebbe essere nata intorno al 1230; forse fu moglie di Ghinibaldo Saracini, signore di Castiglioncello presso Monteriggioni. Era zia di Provenzano Salvani, che Dante rappresenta nel girone precedente. Nella battaglia di Colle Val d’Elsa i senesi e gli altri Ghibellini, guidati proprio da Provenzano Salvani, furono sconfitti dai fiorentini comandati da Giovanni Bertrand vicario degli Angioini, l’8 giugno 1269.
[/bibl]Purgatorio – Canto tredicesimo, //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Purgatorio_-_Canto_tredicesimo&oldid=39448423 (in data 21 novembre 2011).[/bibl]